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giovedì 21 novembre 2013

RECENSIONE: JAKE BUGG (Shangri La)

JAKE BUGG  Shangri La (Virgin/EMI, 2013)



Al giovane Jake Bugg auguravo di finire nelle mani giuste dopo un esordio convincente e di carattere  ma per certi versi ancora acerbo e poco inquadrabile, con la classica strada da compiere lunga e libera davanti. E' passato un solo anno e le manone esperte di Rick Rubin si sono allungate e lo hanno rapito con la pesante complicità della Universal che al ragazzo sembra crederci, così tanto da spremerlo fin troppo in così breve tempo. Ricordo vetrine di record stores a Dublino tappezzate dal suo esordio, capace di vendere 450.000 copie in UK. Rubin lo ha condotto lontano, fuori dal suo fortino del Regno Unito, negli studi Shangri La (ecco servito il titolo!) di Malibu (California) e ha cercato di plasmare l'ancora fresca e malleabile arte del giovin virgulto di Nottingham (per saperne di più), classe 1994, broncio perenne, sfrontatezza e tanto talento da vendere. Quello che ne è uscito, per certi versi, agita ancor più le acque della sua arte, seppure fresche, limpide e potabili ma che sembrano imboccare ancora troppi percorsi alternativi. Quello che colpisce immediatamente sono i primi due singoli lanciati, molto simili tra loro, che all'interno del disco sono come due mosche indemoniate in un barattolo di placide formiche: la freneticità di Slumville Sunrise e What Doesn't Kill You (ti si stampano in testa, non c'è dubbio), due canzoni  semplici e lineari di rock/blues diretto dal piglio quasi punk che non mancheranno di dare la carica durante i live. Due fulmini a ciel sereno che poco hanno da spartire con il folk, quello che permeava l'esordio e buona metà di questo disco, perché i corsi d'acqua che bagnano le polverose strade americane sono i più numerosi e facilmente rintracciabili negli episodi folk (il romantico country di Me And You, la sognante A Song About Love, le minimali e intime Pine Trees e Storm Passes Away), nel folk/rock'n'roll (quasi parente dell'antico skiffle) dell'apertura There's A Beast And We All Feed It, tanto vintage  nel suono-Bob Dylan meets Eddie Cochran- quanto attuale nel testo e caratterizzata dalla voce nasale, ormai un segno distintivo e peculiare, o nel rock di Kingpin, un numero fortemente influenzato da Tom Petty (ecco le manone di Rick Rubin che si allungano). Aria meno nebbiosamente brit ma più polverosamente yankee, in definitiva.
In altri punti si sente maggiormente il tocco "esperto" di Rubin che, diversamente da altre volte, cerca di smussare l'ingenua urgenza esecutiva dell'esordio, arricchendo  le canzoni di sfumature, anche grazie ai musicisti americani di prim'ordine coinvolti: da Chad Smith, Red Hot Chili Peppers (batteria) a Matt Sweeney (chitarre) e Jason Lader (basso). La lunga coda chitarristica  presente nella bella ballata All Your Reasons, le leggere influenze soul/latine che fanno tanto Stephen Stills e Manassas con il Fender Rhodes di Eric Lynn ben presente in  Kitchen Table, i crescendo a tutta band di Simple Pleasures e di Messed Up Kids, da cui esce una storia di emarginazione giovanile che non ti aspetti.
Un periodo più lungo tra l'esordio e questo seguito avrebbe certamente consentito a Bugg di godersi con più tranquillità il successo accumulato durante quest'ultimo anno solare. Anche se: "mi sembra la cosa giusta da fare. Meglio battere il ferro finché è caldo, no? In questo periodo che ho passato in tour e a viaggiare per il mondo ho avuto esperienze nuove, nuove opportunità. Perché non scriverne?" rilancia diretto dalle pagine di Rolling Stone. Se il primo disco era un sogno avverato, a tratti sì ingenuo, manieristico ma estremamente sincero; questo Shangri La, nonostante la breve distanza intercorsa-proprio come si usava nei 60/70-, sembra più ragionato nel costruire "canzoni". Canzoni che funzionano dannatamente bene. Due dischi diversi: l'unica costante è il talento di Bugg, su cui non ci sono più dubbi. Sono certo che ne sentiremo ancora delle belle: e... il "tre" sarà il numero perfetto. La completa maturità è dietro l'angolo. Io ci spero, il ragazzo mi piace.





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