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venerdì 9 agosto 2013

RECENSIONE:ALICE IN CHAINS (The Devil Put Dinosaurs Here)

ALICE IN CHAINS The Devil Put Dinosaurs Here  (Virgin/EMI, 2013)

"La nostra musica è un gigantesco ed efficace atto di esorcismo nei confronti di tutto quello che non amiamo o che finirebbe per portarci nella tomba...". Fa un certo effetto rileggere questa dichiarazione estrapolata da una vecchia intervista apparsa su HM nel Marzo del 1993, alla luce di quello che successe il 5 Aprile 2002, quando Layne Staley raggiunse il fondo di quell'abisso che lo accompagnò per tutti i suoi (soli) 35 anni di vita.  Qualcosa non deve aver funzionato a dovere. Gli Alice In Chains hanno nuotato in acque torbide negli anni novanta, il loro disco di maggior successo commerciale, Dirt (1992), fu la ricetta  per esorcizzare tutto ciò, premiata anche dalle vendite, ma nulla potè per depurare l'acqua, che anzi via via si fece sempre più nera e inzaccherata, preferendo seguire il pericoloso percorso scavato dal loro cantante. Gli Alice In Chains di oggi, però, vivono nel presente, Jerry Cantrell continua a ribadirlo a più riprese: non amano girarsi troppo indietro e già lo hanno dimostrato con Black Gives Way To Blue, il loro buonissimo ritorno di quattro anni fa. Continuano a camminare per la loro strada, lasciando ai critici il compito di nominare il nome di Layne Staley una volta su tre in cerca di paragoni (impossibili e deleteri). C'è la voglia di sotterrare i ricordi negativi (quelli pesanti, vissuti in prima persona) ma c'è anche la difficoltà nel farlo completamente; quelli che hanno segnato profondamente le liriche rimangono a dare l'imprinting della loro musica, lasciando solamente alle canzoni il compito di parlare, un po' come se la copertina di Dirt rappresentasse il loro status odierno: un po' dentro, un po' fuori da quelle sabbie. Se in questo momento dovessi scegliere la mia band preferita tra quello che ci è rimasto delle "big four" nate a Seattle negli anni '90, non avrei dubbi nel puntare su Jerry Cantrell e soci, con i Nirvana fuori dai giochi, ma soprattutto dopo la mezza delusione della reunion dei Soundgarden concretizzatasi con l'insipido e "mestierato" King Animal, ed i Pearl Jam ancora fermi al poco ispirato Backspacer(2009), puro esercizio di routine che dura da troppo tempo, anche se un nuovo singolo "punkettone" è stato lanciato in questi giorni per dare il benvenuto al nuovo album in uscita a fine anno.
William DuVall, poi, mi sta simpatico a pelle, si sta dimostrando un cantante-e chitarrista-con una personalità propria e vincente, capace di tenersi alla larga dai possibili paragoni con l'illustre, inarrivabile, e maledetto predecessore, anche se gli spazi sembra che debba guadagnarseli con il tempo e le unghie ben affilate. E sappiamo tutti quanto il cambio del cantante in una band sia sempre faccenda delicata, costruita su complessi equilibri interpersonali. La verità è che la band di Seattle sembra molto più compatta oggi di allora (sempre con Mike Inez al basso e Sean Kinney alla batteria), complice la maturità e l'esperienza.
The Devil Put Dinosaurs Here è un disco che avanza con lentezza ipnotica fin dall'apertura Hollow, un pesante monolite, sludge fino al midollo, acido negli assoli, con le classiche armonie vocali che li hanno resi riconoscibili ed unici a caratterizzarne l'impronta, ma anche con i fantasmi del passato che fanno spesso visita come nella allucinogena circolarità di Pretty Done, nella pesantezza di Phantom Limb, nella lenta marcia Hunk On A Hook, nella sabbathiana Stone, nella teoria anti-darwiana di The Devil Put The Dinosaurs Here che dà il titolo al disco ed è sviscerata su un arpeggio sinistro e cangiante lungo i sette minuti, diventando la canzone più lunga e strutturata del disco, nella claustrofobica Breath On A Widow che ci regala un bel assolo di Cantrell.
Nei quasi settanta minuti di durata totale, invece, c'è anche il tempo per la più leggera Voices, brano a presa immediata, per l'acustica Scalpel, quasi un dark country figlio del loro vecchio lavoro acustico Jar Of Flies (1994), fino alla malinconica chiusura acustica e corale Choke con l'assolo finale che chiude un disco che gira intorno all'eccellenza e alla buona vena ispiratrice di Cantrell, illuminato da nuova luce positiva.
Sicuramente mancano: sia l'ipnotica magia (nera), che la malattia vissuta sulla propria pelle come in passato, anche solo i pezzi da ricordare come una California (presente nel precedente album), ma il disco marcia in avanti, compatto, senza mai girarsi indietro con la testa, facendosi bastare un occhiolino furtivo al già accaduto, quasi il povero cane raffigurato sulla copertina di Aliche In Chains (1995)-Tripod-, ultimo album con Staley, avesse ritrovato l'equilibrio con la ricomparsa della quarta zampa, mancante da quel lontano 1995.





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