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giovedì 13 giugno 2013

RECENSIONE:BLACK SABBATH (13)

BLACK SABBATH  13 (Vertigo/Republic Records, 2013)

Se per valutare 13 dovessimo tornare indietro all'ultimo album in studio uscito con la sigla Black Sabbath stampata in copertina, il confuso Forbidden del 1995 con Tony Martin alla voce (e pure l'ospitata del rapper/rocker Ice-T), il giudizio non potrebbe che essere più che positivo. Il ritorno di Ozzy Osbourne alla voce su disco dopo 35 anni, lo stesso cantante che nella sua autobiografia, a fine libro, scrisse: "anche con gli altri Black Sabbath le cose filano lisce, sebbene ora sia sorta una controversia su chi detiene i diritti del nome...la mia posizione è che spettano a tutti indifferentemente...vedremo come andrà a finire..." e che, con la pesante complicità della moglie/manager/padrona Sharon, negò al povero R.J. Dio (R.I.P.) di accomiatarsi dal mondo terreno lasciando la sua firma su un disco a nome Black Sabbath che per l'occasione furono costretti, per problemi contrattuali, a reinventarsi sotto la sigla Heaven And Hell, è di per se notizia di rilievo, visto che da almeno quindici anni, dalla reunion live in formazione originale del 1998 (che comunque espresse due inediti pregevoli come Psycho Man e Selling My Soul contenuti nel live testimonianza Reunion), la telenovela tra i membri del gruppo sembrava infinita e non voler mai sbocciare in qualcosa di concreto, pur essendo chiaro  che tutti i membri chiamati in causa avessero una voglia matta di suonare ancora insieme (almeno) per una volta.
Da quando il batterista originale Bill Ward uscì dalla porta principale, sbattendola-ancora una volta per "stupidi" problemi contrattuali- la reunion ha perso un po' di magia, immediatamente riconquistata dopo aver saputo del grave linfoma diagnosticato a Tony Iommi, che fortunatamente non gli ha impedito di portare a termine un lavoro pesante ma appagante alla chitarra ed imbarcarsi in tour. Notizia degli ultimi giorni danno per annullata l'unica data italiana prevista per il 5 Dicembre 2013, solo quella però: misteri tutti italici, come sempre.
13 è il disco che potrebbe chiudere definitivamente il capitolo Black Sabbath, sancendo la pace definitiva tra Osbourne ed i suoi vecchi compagni (rimane purtroppo l'ombra della defezione di Ward) ed il sentore lo si ha appena si giunge alla fine della quadrata e sulfurea Dear Father, ultima canzone del disco, quando un temporale e i rintocchi di campane riportano immediatamente all'inizio della storia, a quel debutto, a quei suoni che cambiarono la vita a più di un gruppo dal 1970 in avanti, con buona pace del povero Lester Bangs che li massacrò sulle pagine di Rolling Stone. La chiusura del cerchio è avvenuta, quarantatré anni dopo.
Reclutato il bravo Brad Wilk, batterista dei Rage Against The Machine-scelta curiosa, l'amico Vinny Appice non era disponibile?- con Rick Rubin in produzione e a lavorare, come in molti altri dischi, con l'orecchio da fan per cercare di ritrovare la primordiale essenza musicale del quartetto di Birmingham, 13 si eleva tra i migliori dischi del sabba nero usciti post 1978, andando a fare buona compagnia a Heaven and Hell(1980), il sempre sottovalutato Dehumanizer(1992) e The Devil You Know(2009), quest'ultimo uscito a nome Heaven & Hell, ma a tutti gli effetti Black Sabbath nel suono e nell'anima, in fondo, se lo fu il progetto solista di Iommi, Seventh Star(1986)...
Diverso il discorso quando 13 viene messo a confronto con la produzione seventies con Ozzy Osbourne alla voce. Pur ritenendo sbagliato a priori giudicare un disco targato 2013 paragonandolo a quelli usciti più di 40 anni fa, purtroppo l'operazione risulta inevitabile quando è la band stessa a creare alcuni doppioni-inutili e dannosi-che abbassano il voto ad un disco altrimenti ben riuscito e positivo. A voler inseguire il passato a tutti i costi, si incappa in una Planet Caravan numero due, quale risulta essere Zeitgeist, naturalmente privata del phatos malatamente cosmico/psichedelico dell'originale; in canzoni carta carbone come l'iniziale, pur buona,  End of the Beginning che appena parte l'intro rallentato sai quando arriverà il cambio di tempo ed entrerà la voce di Ozzy, una Black Sabbath (la canzone) per gli anni 2000; oppure ad una pulizia di suono adottata da Rubin che rende poca giustizia alla chitarra di Tony Iommi. Insomma, si è osato poco e guardato più al mestiere, questo sì. Ma questi sono solo miei veniali capricci da fan. Ho trovato il disco estremamente riuscito nella sua globalità, sopportando pure alcune "ormai normali" cadute vocali di Ozzy Osbourne, molto vicine ai suoi ultimi dischi solisti-ma la sua vocalità sempre sul filo della stonatura è la sua forza inimitabile-, e la mancanza di quella sinistra e ossianica nube che avvolgeva i loro capolavori, dissolta inevitabilmente lungo gli anni.
Perché, a voler inseguire il passato capita anche: di imbattersi nella ritrovata vena blues di Damaged Soul, la mia preferita-cose che non si sentivano da tempo in un disco dei Sabbath- dove anche la voce di Ozzy, pur piena di effetti, è efficace e la chitarra di Iommi è libera di jammare e dialogare con un'armonica (che fa tanto The Wizard) nell'accelerato finale; di risentire il basso di Geezer Butler pulsare come ai vecchi tempi nei nove riusciti minuti di God Is Dead?, canzone che inizia lentamente ed arpeggiata per poi scuotersi ed arricchirsi di groove nel più veloce finale ("il sangue corre libero, la pioggia diventa rossa/dammi il vino, tu tieni il pane/l'eco delle voci nella mia testa/Dio è vivo o morto? Dio è morto?"); di sentire gli epici riff e i mille cambi d'umore di Age of Reason, e pensare che sarebbe stata perfetta per la voce di R.J.Dio; di scuotere la testa sotto al riff ossessivo e circolare di Loner; di ritrovare tracce di Hole In The Sky in Live Forever, la più diretta, corta e veloce del disco.
Se la storia dei Black Sabbath aveva bisogno di un degno disco per i titoli di coda-il già citato Forbidden non lo era- il piatto è servito. Non mi aspettavo nulla di più e mi accontento dei Black Sabbath che suonano come i Black Sabbath. Un "classico" come commiato è quello che ci voleva. Is this the end of beginning or the beginning of the end? Grazie di tutto. Voto 7
N.B. Nella Deluxe Edition, un secondo CD con 3 canzoni in più per un totale di 15 minuti: la moderna, riuscita e tiratissima Methademic, più vicina agli ultimi lavori solisti di Osbourne, la più "doomeggiante" Peace Of Mind e l'anarchia religiosa della  dinamica Pariah .




vedi anche RECENSIONE: STATUS QUO-Bula Quo! (2013)




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