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martedì 26 marzo 2013

RECENSIONE: HARPER SIMON (Division Street)

HARPER SIMON  Division Street ( Play It Again Sam , 2013)

Primi mesi del 2013 all'insegna dei figli d'arte. Dopo  Devon Allman e Shooter Jennings, ritorna anche Harper Simon, a quattro anni dal debutto omonimo, disco di folk/country che destò ottime impressioni, anche grazie alle buone collaborazioni incluse tra cui quella con l'amico d'infanzia Sean Lennon ma anche all'ombra di papà Paul Simon che aleggiava sulle canzoni, lasciando la sua firma concreta su un paio di esse. Forse è stata proprio la voglia di staccarsi dai pesanti paragoni che lo ha spinto a scrivere musica completamente diversa per questo ritorno discografico arrivato dopo un periodo di forte depressione che ne ha minato la salute. Harper Simon è riuscito a portare a compimento-con fatica- un lavoro che da un lato cerca nuove strade musicali soprattutto inspessendo le chitarre elettriche ("la missione era fare un disco di Rock n Roll di quelli che avrei voluto ascoltare io"), e riempiendo ogni buco del pentagramma di batterie pestanti, synth, tastiere e cercando quelle dissonanze moderne a volte anche troppo ingombranti, dall'altro rischia di piantare troppe spine su un pallone che potrebbe sgonfiarsi prima del previsto. Quasl' è il vero Harper Simon? Quello che sellava i cavalli a Nashville o quello che strizza l'occhio al moderno, seguendo la scia lasciata dagli Arcade Fire e dai tanti epigoni cresciuti come funghi in questi anni? Quello che  si nutriva del calore country  di un fuoco alimentato a legna o quello freddo e urgente che esce da canzoni come il singolo Bonnie Brae? Lo stesso Harper  nel suo sito spiega così il carattere multiforme di alcune scelte: "Queste canzoni sono l'instantanea di un personaggio in un momento cruciale. Possono andare da una parte o dall'altra, una metaforica Division Street: su o giu, negative o positive, alla luce o all'autodistruzione", o ancora "mi piaciono Little Richard, The Kinks, Big Star, Hank Williams e i Pixies e i Television, Muddy Waters e i T.Rex. Mi piacciono gli Who e gli X. Mi piace tutto"
Da questa bulimica voglia di musica, inevitabilmente figlia della sua adolescenza privilegiata e scoppiata concretamente-dopo aver lavorato nelle retrovie-solo arrivato alla soglia dei quarant'anni, nascono fuzz garage martellanti e ossessivi come Veterans Parade, Eternal Questions, e soprattutto  Dixie Cleopatra con una bella chitarra elettrica suonata dallo stesso Harper ed una batteria incalzante, quella di Pete Thomas (batterista degli Attractions di Elvis Costello), che si confrontano con l'acustica povertà di una Just Like St. Teresa così vicina a certi lontani episodi del padre Paul Simon insieme a Garfunkel o di Ellioth Smith. Non un caso che il produttore sia Tom Rothrock, che in passato lavorò con lo sfortunato cantautore di Omaha.
Parentesi New Wave '80 come Division Street e ariose  canzoni pop che esplorano sul passato (99), orchestrali sinfonie dell'anima come Breathe Out Love, le viole che guidano la marziale e suggestiva Chinese Jade, le oscure, pischedeliche e darkeggianti spirali di Leaves Of Golden Brown, sono ingredienti di un disco piacevole ma spiazzante se paragonato con il precedente, che può diventare anche omologato se confrontato con i trend attuali.
Anche questa volta non si fa mancare gli ospiti: da Nikolai Fraiture ( Strokes), Nate Walcott (BrightEye), il tastierista Mikael Jorgensen (Wilco), Brian LeBarton (Feist), Inara George, cantautrice, figlia del compianto Lowell George ai cori.
L'impressione è quella di un talento smisurato, dalla voce ipnotica (qui, troppo spesso ingabbiata nei riverberi) e dalla grande personalità e abilità compositiva nel muoversi a proprio piacimento nell'universo musicale. Simon ha voglia di tirare fuori tutto il meglio di se stesso, e lo fa mettendosi completamente a nudo (tutte le liriche e le musiche sono sue), correndo però verso troppe direzioni, e due soli dischi completamente diversi tra loro potrebbero essere un pregio ma diventare anche troppo dispersivi e destabilizzanti per crearsi un seguito fedele. Ora che tutti i colori sono sulla tavolozza, si scelgano i preferiti. Io ho preferito le sfumature folk antiche e seppiate del debutto. Al terzo disco l'ardua sentenza.

vedi anche RECENSIONE: SHOOTER JENNINGS-The Other Life (2013)




vedi anche RECENSIONE: BILLY BRAGG-Tooth & Nail (2013)




vedi anche RECENSIONE: ELLIOTT MURPHY-It Takes a Worried Man (2013)



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