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domenica 16 maggio 2021

RECENSIONE: AMIGO THE DEVIL (Born Against)

AMIGO THE DEVIL  Born Against (Liars Club, 2021)


a tinte noir

Padre greco, madre spagnola, Danny Kiranos è un personaggio dai tratti inquietanti e gli occhi spiritati, ancora tutto da scoprire. Fisicamente mi ricorda il povero Bob Hite dei Canned Heat con meno grammi di panza in corpo. Arriva dal Texas, vicino ad Austin, questo è il suo secondo disco importante dopo Everything Is Fine del 2018 e avendo poco più di mezz'ora da dedicargli tra il monumentale box di Deja Vu e l'album di cover blues dei Black Keys, ne sono sicuro, qui dentro ho trovato alcune belle sorprese che valgono la pena d'essere ascoltate. Nulla di miracoloso e roboante ma canzoni scritte, costruite e suonate  bene che pescano su più fronti, tanto ciniche e dalla lunga ombra inquietante trascinata dietro da essere morbosamente invitanti e accattivanti. Che ti fanno dire a fine disco:"aspetta, aspetta che lo riascolto". 

Testi poco accomodanti i suoi, che narrano di sparatorie dentro a sale da gioco Bingo ('Murder At The Bingo Hall' è un racconto dal canovaccio teatrale che non sarebbe dispiaciuto ad Alice Cooper), di vendette ai danni di vecchi serial killer degli anni 30 ('Drop For Every Hour'), di ultime lettere dal braccio della morte ('Letter From The Death Row') , insomma popolate da gente poco raccomandabile, venuta al mondo con una missione da compiere che non sempre è quella più giusta e incanalata nelle vie della legalità. 

Del titolo, estrapolato dalla canzone 'Quiet As A Rat' dice: "per me non è ancora chiaro se nasciamo in una tabula rasa e poi troviamo la fede o ci viene insegnata la fede, o siamo nati con una sorta di fede e poi la perdiamo o la riscopriamo lungo la strada?". 

Una crocevia variegato e democratico dove il country folk alla John Prine ('Better Ways To Fry A Fish'), il Tom Waits sgangherato di Raindogs con tuba, chitarra e percussioni in stile New Orleans ( 'Quiet As A Rat'), i "cattivi semi" di Nick Cave sparpagliati qua e là, i crescendo orchestrali alla Glen Campbell ('Small Stone' è un'apertura sontuosa presentata da una voce non da meno), il country malinconicamente epico di 'Different Anymore', il bluegrass  di '24K Casket' e il blues cucinato quasi crudo di  'Shadow' (eccoli i "semi cattivi") si succedono in una incombente atmosfera dalle tinte noir che sa avvolgere, confondere ma farsi piacere.





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