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domenica 1 marzo 2020

RECENSIONE: THE OUTLAWS (Dixie Highway)

THE OUTLAWS  Dixie Highway (SPV, 2020)


Ce n'è ancora…
'Southern Rock Will Never Die', la canzone che apre il disco (che copertina brutta però), sembra essere anche il manifesto programmatico di quello che DIXIE HIGHWAY (secondo album dopo il ritorno del 2012) promette fin da subito: un ritorno agli antichi fasti anni settanta degli OUTLAWS, dove la tradizionale epicità del southern rock e la forza delle tre chitarre viaggiano all'unisono lungo quello che è rimasto della vecchia Dixie Highway, autostrada che univa Chicago a Miami. Chitarre fiammeggianti, lunga coda finale e l'omaggio a tutti i grandi caduti del southern rock. E purtroppo sono tanti. "Ghost riders on the wind in the southern sky" cantano.
A caricare i fucili ci pensano i due veterani Henry Paul (chitarra e voce) e Monte Yoho (batteria). Con loro: Randy Threet (basso), Steve Grisham (chitarre), Dave Robbins (tastiere), Dale Oliver (chitarra), Jaran Sorenson (batteria) e l'ospite Billy Crain (chitarra).
Henry Paul sembra essere battagliero e deciso: "abbiamo scritto e registrato questo album per rafforzare l'idea che gli Outlaws contano ancora e che il southern rock avrà sempre importanza. È un messaggio che siamo orgogliosi di portare nel ventunesimo secolo".
E dentro ai solchi di Dixie Highway sembra veramente di ritrovare le atmosfere dei tempi migliori, anche perché gli spazi aperti disegnati in 'Heavenly Blues' arrivano direttamente dall'album Hurry Sundown uscito nel 1977. Un ripescaggio che funziona. Ma non è l'unico, visto che anche la cangiante 'Windy City' s Blue' arriva da un vecchio demo dimenticato degli anni settanta, scritta del vecchio bassista Frank O'Keefe, scomparso nel  1995 a soli 44 anni.

La forte componente western country che li distingueva in album come l'esordio del 1975 e Lady In Waiting (1976) e che fece guadagnare loro l'appellativo di "Eagles del southern rock" (e qui sta voi decidere se è un bene o no) esce prepotente in canzoni come 'Over The Night in Athens' mentre in 'Endless Ride' risplende tutta l'epicità del vecchio southern rock con infiniti duelli di chitarre e poi quella 'Dark Horse Run' che si gioca la carta delle armonie vocali di stampo west coast sotto un tappeto più leggero.
Mentre la forza delle chitarre che caratterizzò un live album epocale come Bringing Back Alive (1978) sembra non essersi affievolita troppo nel tempo, ascoltando canzoni come lo scatenato blues boogie di 'Rattlesnake Road' e la strumentale 'Showdown' che fa riaffiorare i fantasmi della Allman Brothers Band che poi rivivono fieramente nella ballata finale 'Macon Memories' che con i suoi omaggi agli eroi di un'epoca irripetibile chiude idealmente il disco proprio come era iniziato.
Un disco di southern rock alla vecchia maniera come non si sentiva da tempo, firmato da una delle band, o meglio quello che resta di quella band (ma non è importante) che quei tempi gloriosi li visse in diretta. E per un attimo sembra di respirare ancora quella mistura bastarda di erba appena tagliata, polvere e asfalto che i vecchi vinili emanavano ad ogni giro.
Fieri, battaglieri, nostalgici e autentici, i fuorilegge sono tornati.





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