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giovedì 16 gennaio 2020

RECENSIONE: PETE MOLINARI (Just Like Achilles)

PETE MOLINARI   Just Like Achilles (2020)




vintage 2.0
Il ritorno di Pete Molinari non tradisce i punti fermi su cui ha costruito tutta la carriera anche se risulta il più vario, suonato e sfaccettato fino ad oggi. E siamo al quinto disco. L' amorevole sentimento verso le radici e le epoche da lui mai vissute c'è tutto, tanto calato nella parte che pare uscire direttamente dai sixties se non ci fossero quelle scarpe Nike gialle in copertina a tradire la sua vera epoca che quindi non può che uscire allo scoperto in canzoni come 'No Ordinary Girl', molto più vicina al nostro presente anche se comunque legata agli anni novanta dei suoi conterranei Oasis. E son passati tanti anni anche da lì. British nella testa, la bandiera americana sullo sfondo e una incredibile somiglianza con Dion DiMucci fanno il resto in copertina.
Che sia il caro folk ('Waiting For A Train') che abitava il vecchio Greenwich Village newyorchese frequentato dal giovane Bob Dylan o il primigeno rock'n'roll visto con gli occhiali alla Buddy Holly non importa. Molinari con quelli che oggi potrebbero essere fantasmi ci ha sempre convissuto fin dalla tenera età quando le sue piccole mani tenevano certi vinili importanti che giravano nella casa della sua multietnica famiglia. Fin dal primo disco quei fantasmi li ha portati a ballare nel suo presente.
Prodotto da Linda Perry e Bruce Witkin, Just Like Achilles è un disco coloratissimo di pop della miglior specie che emana positività, come sempre senza scadenza, dove i Byrds (' Color My Love'), i Kinks ('Please Mrs. Jones'), i Beatles ('Steal The Night'), Phil Spector ('I' ll Take You There'), Phil Ochs, Bob Dylan ('Absolute Zero') il country di 'Born To Be Blue' e le chitarre elettriche di 'I Can' t Be Denied' sembrano danzare senza paura nel presente.
Ed è giunta l'ora che qualcuno provveda a creargli una pagina Wikipedia.










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