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mercoledì 19 giugno 2019

RECENSIONE: LUKAS NELSON & PROMISE OF THE REAL (Turn Off The News, Build A Garden)

LUKAS NELSON & THE PROMISE OF THE REAL Turn Off The News, Build A Garden (Fantasy, 2019)





il sogno di un giovane hippie
Lukas Nelson è praticamente nato sopra a un palco, abituato fin da piccolo a seguire papà nei suoi tour intorno al dispersivo pianeta musicale chiamato America. Da alcuni anni l'appellativo "figlio di Willie Nelson", nonostante la voce sia simile, ha lasciato il posto a un ben più appagante "artista americano". Si è guadagnato la stima di colleghi e pubblico con il duro lavoro, continuando a calcare i palchi come quando aveva dieci anni (ora sono trenta), questa volta con una chitarra e un microfono in mano, non più comparsa spettatore (ma pare che la chitarra la sapesse già suonare appena imparò a camminare) ma attore protagonista. Si è accorto di lui e dei suoi Promise Of The Real (con il fratello Micah) anche Neil Young che da qualche anno se li trascina in tour e in studio di registrazione. L'anno scorso le quotazioni della band sono cresciute ulteriormente grazie alla partecipazione attiva al film da botteghino The Star Is Born, i Promise Of The Real erano il gruppo spalla dei protagonisti Bradley Cooper e Lady Gaga, e Lukas ha lasciato le sue tracce nella colonna sonora. Questa estate apriranno per i Rolling Stones. Cosa chiedere di più?
Questo quinto disco è un lavoro collettivo e aggregante, aperto a tanti musicisti esterni: da papà Willie che lascia la voce in 'Civilized Hell' (ospite pure Shooter Jennings) e la chitarra in 'Mistery', a Neil Young che suona il suo inconfondibile organo a pompa nella versione acustica della title track, mentre Sheryl Crow aggiunge la sua voce nella versione elettrica. E poi ancora tante voci femminili: Scarlett Burke, Kesha, Margo Price.

Un disco musicalmente vario, registrato nel modo più semplice possibile, positivo, che rispecchia i valori del suo autore che ha voluto creare un concept fin dal titolo: "esci ed impara a conoscere le persone che ti stanno attorno, costruisci un giardino, invita le persone, spegni telefono, TV e computer. Esci e diventa parte della comunità perché è l'unico modo per sopravvivere".
Anche la foto di copertina dice questo, riportando i ricordi indietro a certi divani già usati in altre storiche cover.
Un tributo alla musica con la quale è cresciuto, fin dall'apertura 'Bad Case' che sembra uscire dalla penna di George Harrison, scritta per i Travelling Willburys, da 'Simple Life' che strizza l'occhio a Stephen Stills o da quella 'Where Does Love Go' che non può non riportare alla mente Roy Orbison.
La semplicità alla J. J. Cale di 'Out In L. A.' che esplode in jam elettrica nel finale, il southern rock chitarristico di 'Something Real', l'unico vero scatto rock dell'album, il funky e R&B seventeen di 'Stars Made Of You' e 'Save A Little Heartache' , il country da spazi aperti di 'Consider It Heaven' seguendo una lap steel e le orme di Willie Nelson. Un cerchio che si chiude. A Lukas Nelson non chiediamo innovazioni ma ci basta il suo fare da operaio, custode e garante dell'american music, cosa che gli riesce sempre discretamente bene.







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