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domenica 20 ottobre 2013

RECENSIONE: JOE GRUSHECKY (Somewhere East Of Eden)


JOE GRUSHECKY  Somewhere East Of Eden   (Schoolhouse Records, 2013)

Joe Grushecky ha sempre avuto il passo dei grandi songwriter americani, solo la fama è corsa più veloce, lasciandolo indietro. Troppo indietro. I veri misteri del rock sono anche questi. Ma poco importa, perché a chi lo segue fin dal suo esordio solista, passando ancor prima per i dischi insieme agli Iron City Houserockers (il vero debutto è Love's So Tough del 1979), questo diciassettesimo lavoro consente di segnare un'altra piccola tacca nella lavagna che ci ricorda i duri e puri con le palle e il cuore grandi così. Il cantautore di Pittsburgh ha tagliato il traguardo dei sessant'anni e si vede costretto a dare un'occhiata intorno e dietro a sé: prende il titolo dall'amato romanzo East of Eden di John Steinbeck, rimane colpito dai seri problemi di droga e alcol di un veterano della guerra in Iraq, ci scrive una canzone dal taglio rock (Somewhere East Of Eden) che diventa anche il titolo dell'album-già in odor di classico- e da lì in avanti non si ferma più. Nascono canzoni sincere, sudate, viscerali e genuine, coerenti con la sua carriera da "duro e puro", come sempre, scritte con il braccio che sconfina dalla parte dei più deboli, gli ultimi, gli emarginati: c'è il veterano, ma anche il working class hero che si fa un sedere tanto al lavoro mentre quello che ottiene indietro dalla vita è il diavolo che gli bussa continuamente alla porta, ci sono i bambini ai quali insegna (la solitaria e acustica The First Day Of School), ci sono le nuove generazioni di musicisti come quella del giovane figlio ventenne in cui si immedesima e lascia idealmente il testimone (Changhing Of The Guard), c'è lui stesso nell'autoironico rock'n'roll/doo-wop acustico I Still Good (For Sixty), c'è la crisi dei tempi duri.
"Sono nato per il rock" canta in modo inequivocabile in I Was Born To Rock dal taglio diretto e "garagista", e capisci che ha ragione, ascoltando tutti quei tosti blue collar rock-la sua specialità- (I Can Hear The Devil Knocking, Who Cares About Those Kids) con le chitarre elettriche in primo piano, quelle che vorremmo tanto sentire nelle canzoni dell'amico fraterno Bruce Springsteen (che gli produsse uno dei migliori dischi in carriera, American Babylon del 1995).
Ma non solo, Somewhere East Of Eden è tra i lavori più vari della sua discografia, "il migliore" dice lui, peccando in buona fede della famosa sindrome da "elogio all'ultimo nato", tanto che già alla terza traccia piazza una spiazzante versione a cappella con percussioni in loop del traditional blues/gospel John The Revelator, e poi il soul di Save The Last Dance For Me  portata al successo dai Drifters, il funk di Prices Going Up, oppure come in When Castro Came down From The Hills dove nasconde tracce di musica cubana nelle percussioni ed in una tromba che serpeggiano tra le strade dell'Havana nel lontano e seppiato 1958, anno della rivoluzione. Canzone stupenda dal taglio cinematografico.
Non lo troverete mai nelle grandi arene rock, ma più probabilmente nel pub sotto casa, dalle undici di sera in avanti. Lo stivale che batte il tempo sulle assi è il segnale d'inizio. Non perdetevelo.




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