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venerdì 21 giugno 2013

RECENSIONE: REGO SILENTA (La notte è a suo agio)

REGO SILENTA   La notte è a suo agio  (autoproduzione, 2013)

Prima prova sulla lunga distanza dei piemontesi- di Novara-Rego Silenta, gruppo attivo da una quindicina di anni, prima come cover band con alcuni demo in discografia-incrociati molte volte nei pub del biellese-poi a partire dal 2009 con l'uscita del già buon EP Meccanismi che vantava la produzione artistica dell'ex Timoria/Miura, Diego Galeri, il quartetto ha iniziato a fare sul serio e percorrere un'autoctona strada del rock diventata autostrada a tre corsie con questo La Notte è a suo agio, un disco ambizioso per essere un debutto, in alcuni punti forse fin troppo pretenzioso, ma estremamente personale nell'esporre e rielaborare le tante influenze raccolte lungo il cammino e le esperienze dei vari componenti: il cantante Luca Borin, il chitarrista Maurizio Cordì, il batterista Andrea Paesanti e non meno importante quella dell'ultimo entrato in formazione, il bassista Roberto  Tambone già negli stoner The Brown Spacebob, anche produttore insieme alla band.
Potrei giocarmi il jolly della definizione alternative rock per definire la loro musica, ma so quanto il termine nell'anno 2013 sia ormai strausato, forse perfino sorpassato (abusato?), ma poi sinceramente: non ho mai capito veramente a cosa si è alternativi? "Noi siamo l'alternativa all'alternativo" cantavano gli americani Stuck Mojo negli anni novanta. Molto meglio, prendo in prestito la definizione. Preferisco, allora, raccontarvi di 14 canzoni-tante-per una durata complessiva che arriva quasi a 60 minuti (forse sta qui l'unico difetto?), divise in quattro atti che ripercorrono, come un concept, le quattro fasi del sonno, attraversano il buio della notte con annessi tutti gli incubi che infestano la testa umana, quelli che sembrano brillare ancor di più al calar delle tenebre, quasi a farsi riconoscere e raccontar meglio.
I Rego Silenta espongono tutto quello che sanno suonare, ed è tanta roba, un voler mettere tutto in vetrina, aspettando il giudizio dell'ascoltatore che ne indicherà la quarta corsia futura: partendo dal miglior rock italiano anni novanta che passa da Può essere paura, presa di posizione contro tutte quelle gabbie che ci auto-costruiamo, isolandoci dentro a gruppi di appartenenza che non avvalorano ma sopprimono il nostro vero io, cantata e suonata come gli Afterhours "maturi" hanno fatto in Ballate per piccole iene; alla circolare ipnoticità e psichedelia  di Un Pretesto, tra le mie preferite, con il cantante Borin (anche autore di tutti i testi) a declamare fiumi di parole da far esplodere nel concitato finale come faceva (e continua a fare) Emidio Clementi nei Massimo Volume, fino ad arrivare al carrarmato stoner della strumentale Guardando in terra mentre defecavo, o le aperture più sperimentali di Danzando con i suoi liquidi giochi di chitarra.
Un disco che sa arrivare diretto e conciso nelle canzoni più immediate come L(')a(m)missione impreziosita da un hammond che fa tanto "vintage", il rapido e stratificato crossover di Beni Primari che mette alla berlina i cattivi malcostumi, nello stoner/ rock tirato di C'è una menzogna, nel tambureggiante rock'n'roll e nelle accelerazioni di Il mio divertimento estremo, nella cavalcata di Elogio alla banalità (con la caratteristica tromba di Giulio Piola che passa con disinvoltura dal mariachi al jazz); per poi rapirti ed avvolgerti dentro alle trame acustiche e ai sinth di Un Purgatorio in più, allo space rock acustico con hammond e theremin de Il Temporale insieme alla voce femminile di La Romy che si carica fino a deflagrare nel finale e nell'arpeggiata Dentro l'ombra che si trasforma presto nel buon rock da primo singolo, accompagnato da un  video low cost ma efficace. "...Dentro l'ombra, la notte è a suo agio e mi chiama a scaldarmi, davanti alle braci/Dentro l'ombra ogni essere la notte brama, e sa di cosa sono capaci..."
Ultima nota per Rumore, uno stacco sostanziale dal resto, grazie al riuscito inserimento dei fiati che portano l'umore dalle parti della tradizione folk balcanica, con buona pace di Elio e le Storie Tese (cit."Complesso del primo maggio").
E se anche l'occhio e il tatto vogliono la loro parte-il che non guasta mai-il disco si presenta in una bella confezione cartonata completa di libretto, disegni e testi. Un lavoro curato nei minimi particolari, con i pochi "classici difetti" da debutto nascosti sotto ai tanti pregi di una band sicura di sé e dei propri mezzi, acquisiti negli anni di dura gavetta, quella che, a conti fatti, paga sempre e gratifica maggiormente.



vedi anche RECENSIONE: TAG MY TOE-This Fear That Clouds Our Minds (2012)



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