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sabato 17 novembre 2012

RECENSIONE:KRIS KRISTOFFERSON (Feeling Mortal)

KRIS KRISTOFFERSON  Feeling Mortal (KK Records, 2012)

Kris Kristofferson è sopra al palco, si sfila la camicia bianca lasciando trasparire un fisico scolpito da neo quarantenne in grandissima forma. Si infila un gilet nero sopra al torso rimasto nudo, indossa una maschera da mostro, la band che lo accompagna lo segue, e attaccano Hellacoius Acres. E' una delle immagini che mi assalgono quando penso a lui. La scena è tratta dal remake-non ispiratissimo a dire il vero- di "A Star Is Born (E' Nata Una Stella)", film/musical del 1976, con Barbra Streisand sua grande complice e amante. Vi ricordate il bacio appassionato che li ritraeva nella copertina della soundtrack?  
Sono passati 36 anni da quella scena. Eppure Kris Kristofferson ha mantenuto, oltre alla capigliatura e alla barba brizzolata già allora presente, l'incredibile fascino ammagliatore che lo ha sempre contraddistinto, acquistando anche la saggezza del tempo. Certo, le rughe hanno tracciato tanti piccoli sentieri sul suo volto ma il diretto interessato, ancora una volta, non sembra farne mistero, anzi.  
Il suo ultimo album Closer To The Bone uscì nel 2009 e fu un grande disco che sembrava segnato dalla presenza misteriosa dell'ombra incombente del suo grande amico Johnny Cash.
Feeling Mortal , prodotto ancora da Don Was, ne è la giusta continuazione e dimostra quanto l'ispirazione, a volte, si riaccenda in tarda età, magari dopo aver trascorso qualche anno in vacanza dalla musica, a fare l'altro suo mestiere (impegnatissimo in questi anni davanti alla camera da presa) e accorgendosi improvvisamente che gli anni sono ora 76 e che il tempo per scrivere grandi canzoni non aspetta più nessuno, nemmeno i grandi del country come lui. Kristofferson sembra affrontare con sguardo contemplativo sia la vita che gli rimane davanti che quella già trascorsa  nella titletrack Feeling Mortal che apre il disco "At this moment in the dream/That old man there in the mirror/And my shaky self-esteem", il mood è quello scarno fatto di sola chitarra e voce così come in Mama Stewart che gira sugli stessi  argomenti ma raccontati attraverso lo sguardo perso di chi in tarda età è afflitto dalla cecità ma continua ad aggrapparsi alla speranza cercando ancora l'avvento del miracolo:"Everything is beautiful in Mama Stewart’s eyes/Another shining reason to believe/Everything is new and full of wonder and surprise/Inside the world that Mama Stewart sees", o come quando, attraverso una metafora marinara in Castaway canta un briciolo di vita,"Perchè come una nave senza timone/Sto solo andando alla deriva con la marea/E ogni giorno mi sto avvicinando al limite". Intanto una farfisa e un violino accompagnano le onde degli anni che con il loro infinito moto di andata e ritorno si rubano la gioventù e ci lasciano il presente.
Questo disco è  monito indirizzato a tutte quelle persone, rockstar in primis, che si sentono immortali. No, c'è un momento per tutto, sembra raccontarci Kristofferson con la sua rassicurante e calda voce avvalendosi del tono crepuscolare che intacca tutte le canzoni.
Ma è anche un disco più suonato rispetto all'ombroso e scarno Closer To The Bone. Questa volta ad accompagnarlo una band formata da Mark GoldenbergGreg Leisz alle chitarre, Sean Hurley al basso, Aaron Sterling alla batteria e Matt Rollings alle tastiere, la cui presenza si manifesta in Bread For The Body con il violino di Sarah Watkins in primo piano e nella accorata dedica d'amore che esce da The One You Chose.
Kristofferson non molla lo specchio: è il momento di mettercisi davanti e fare dei piccoli bilanci di vita, quelli che escono da cullanti walzer country-roots come You Don't Tell Me What To Do sostenuta con un'armonica dylaniana e una slide, da Stairway To The Bottom con le pedal steel di Leisz a ricamare, da My Heart Was The Last To Know, e da Just Suppose con il pianoforte a scandire il tempo quasi in modo silenzioso come un instancabile e antico orologio sempre carico.
Se nel precedente disco c'era una solare canzone dal titolo Good Morning John, dedicata a Cash, qui, il disco si chiude con Ramblin'Jack, dove, strappandoci anche qualche sorriso, sembra raccontarci, sottoforma di piccola biografia e tessendone pregi e difetti da vagabondo stonato dall'alcol, la storia di un fuorilegge girovago della folk music americana ancora vivo ed arzillo come il "suo amico" Ramblin'Jack Elliott. Ma alla fine della storia quello che conta sono solo le sue canzoni, canta Kristofferson. 
Un giorno, senza troppa fretta, qualcuno canterà la stessa cosa di Kris Kristofferson. Allora sì, potremo chiamarlo (anche) immortale.
Per i fortunati possessori del biglietto, l'appuntamento con Kris Kristofferson è per il 26 Novembre al Teatro Franco Parenti di Milano. Unica data italiana del suo atteso tour europeo.






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