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sabato 12 settembre 2026

THE BLACK KEYS live@Alcatraz, Milano, 11 Settembre 2026




A Dan Auerbach bisogna dire qualche grazie. Di aver portato sul palco, prima dei suoi Black Keys, un personaggio come Robert Finley, dalla storia avvolta dentro a una favola a lieto fine che a 64 anni (ora ne ha 72) culminò e partì allo stesso tempo con un disco (Goin' Platinum!) prodotto da Auerbach per la Easy Eye Sound. Un magnetico incrocio tra r&b, swamp blues, gospel e retro soul con dietro le storie di un ex giovane della Louisiana che a diciannove anni lascia i campi di cotone a Bernice per arruolarsi nell'esercito e ritrovare proprio in Europa lo slancio per continuare a sognare, lui cresciuto a pane e gospel (a undici anni si comprò la prima chitarra con i soldi che il padre gli diede per un nuovo paio di scarpe), con James Brown, B.B. King e i Temptations in testa. Tornato in Usa dopo il duro lavoro da carpentiere capisce che la sua vera strada è la musica. La strada sarà però dura e in salita ma arriverà al culmine. Difficile voler male al suo carisma, alle sue storie, al suo falsetto e alla figlia che lo accompagna ai cori e lo sostiene in tutto data la cecità. 





A Dan Auerbach bisogna dire grazie di non aver abbandonato la nave dopo qualche anno fosco di sbandamento che fecero temere anche il peggio: tour annullati e ridimensionati, cambiamenti di management non erano segni positivi. Diciamo la verità: gli ultimi dischi dei Black Keys li compri, li ascolti, suonano bene, ci sono anche cose interessanti (Dropout Boogie è divertente, Ohio Players ha tante sorprese fuori dal.seminato) ma non hanno lasciato troppi ricordi. A loro stessi in primis visto le scalette. Ci sono voluti due dischi di cover per riportare la band a certi slanci primordiali legati al garage blues. Anche se dall'ultimo Peaches! stasera sono state suonate solamente 'Where's There's Smoke, There's Fire' di Willie Griffin e 'You Got To Lose' di Ike Turner. 
 In questa seconda serata consecutiva sold out all'Alcatraz è proprio l'inizio concerto a colpire, vedendoli impegnati in duo come ai bei vecchi tempi: l'instancabile Patrick Carney con la sua batteria piantata a centro palco e Auerbach a girarci intorno e scalciare proponendo un breve medley dei loro esordi. Luci soffuse da garage di periferia che esplodono con l'entrata in scena della band: formata da due vecchie volpi come il chitarrista inglese Barrie Cadogan, che spesso si prenderà la scena rimanendo comunque nelle retrovie e Jimbo Mathius alle tastiere e armonica, un vero southern man dalla carriera imprevedibile. A completare: il bassista Andrew Gabbard e il percussionista Chris St. Hilaire. Tutti rigorosamente con occhiali da sole, tanta sostanza e poca scena. 
Una grande scritta luminosa fatta di lampadine, la scenografia semplice ma d'effetto lascia il campo alla musica, curata nei suoni, con i grandi successi a svettare come 'Fever', 'Everlasting Light', 'Gold On Ceiling', 'Howlin Gor You', 'Tighten Up'. 

Due ore tiratissime tra blues, garage rock, funky, southern soul, pop e psichedelia, senza fronzoli e ammiccamenti, poche parole, diretti ma anche in grado di allungare in jam strumentali piacevoli e mai troppo prolisse. Belli i duelli di chitarra tra Auerbach e Cadogan. Il culmine viene toccato con 'I Wanna Be Your Dog' degli Stooges, punk nelle chitarre ma rivestita blues dal resto degli strumenti, e con il finale partecipato (di un pubblico vario e divertito) con l'esecuzione della zeppeliniana a due velocità 'Little Black Submarines' (con la scritta illuminata di rosso che sembra rimandare al Tv Special di Elvis del 1968) e l'immancabile 'Lonely Boy' che ci conduce all'uscita ballando con la consapevolezza di aver assistito a un gran concerto di una band più viva che mai, con il passato come focus (encomiabile il lavoro di Auerbach per dare nuova vita alle radici musicali) e la consapevolezza di avere tutto il mestiere necessario per rileggerlo a proprio piacimento. Per tanti anni ancora. Speriamo.








martedì 8 settembre 2026

MARTIN BARRE Band live@VerunoProgFestival, 5 Settembre 2026


Che i rapporti tra Martin Barre e Ian Anderson non siano idilliaci lo sappiamo ma Barre non manca di sottolinearlo dopo aver suonato 'Serenade To A Cuckoo' con l'odiato/amato flauto . Quando posa il flauto finge di spezzarlo in due con il ginocchio. "Fottuti flauti!". 

È solo una piccola parentesi perchè ieri sera è stata la sua chitarra (come diversamente?) la gran protagonista in un repertorio che parte dalle sue 'Back To Steel' e 'Moment Of Madness' va fino alla lontana 'A Song For Jeffrey', passa da 'Wind Up' (lasciata nel finale), 'Teacher', 'Minstrell In The Gallery', 'Hunting Girl' e 'To Cry You A Song', omaggia i Beatles con 'Eleanor Rigby', ("un linguaggio universale"), trovando l'apice in 'Aqualung' (e le sue canzoni: 'Cross-Eyed Mary',  'My God', 'Locomotive Breath', 'Hymn 43') con quel riff alla Tony Iommi che avrebbe fatto comodo pure ai Black Sabbath dell'epoca. 


Alla soglia degli ottant'anni Barre sembra ancora divertirsi un mondo con canzoni ormai immortali, senza metterla troppo sul serio, circondandosi di giovani musicisti (basso e batteria) e avendo trovato, da tempo, un compagno niente male. Una nota di merito la merita quindi Dan Crisp, seconda chitarra e voce che al giorno d'oggi con un Ian Anderson, vocalmente ai minimi storici, si prende la scena tenendo il palco in maniera impeccabile. Forse di prog in questa bella serata in un festival quasi perfetto se n'è sentito poco perchè la parte hard blues dei Jethro Tull ha sovrastato tutto, come quella volta, nel 1988, quando scipparono ai Metallica il Grammy come miglior performance rock/heavy con le canzoni di Crest Of A Knave (rappresentato da 'Steel Monkey').