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Dan Auerbach bisogna dire qualche grazie. Di aver portato sul palco, prima dei suoi
Black Keys, un personaggio come
Robert Finley, dalla storia avvolta dentro a una favola a lieto fine che a 64 anni (ora ne ha 72) culminò e partì allo stesso tempo con un disco (Goin' Platinum!) prodotto da Auerbach per la Easy Eye Sound. Un magnetico incrocio tra r&b, swamp blues, gospel e retro soul con dietro le storie di un ex giovane della Louisiana che a diciannove anni lascia i campi di cotone a Bernice per arruolarsi nell'esercito e ritrovare proprio in Europa lo slancio per continuare a sognare, lui cresciuto a pane e gospel (a undici anni si comprò la prima chitarra con i soldi che il padre gli diede per un nuovo paio di scarpe), con James Brown, B.B. King e i Temptations in testa. Tornato in Usa dopo il duro lavoro da carpentiere capisce che la sua vera strada è la musica. La strada sarà però dura e in salita ma arriverà al culmine. Difficile voler male al suo carisma, alle sue storie, al suo falsetto e alla figlia che lo accompagna ai cori e lo sostiene in tutto data la cecità.

A Dan Auerbach bisogna dire grazie di non aver abbandonato la nave dopo qualche anno fosco di sbandamento che fecero temere anche il peggio: tour annullati e ridimensionati, cambiamenti di management non erano segni positivi.
Diciamo la verità: gli ultimi dischi dei Black Keys li compri, li ascolti, suonano bene, ci sono anche cose interessanti (Dropout Boogie è divertente, Ohio Players ha tante sorprese fuori dal.seminato) ma non hanno lasciato troppi ricordi. A loro stessi in primis visto le scalette. Ci sono voluti due dischi di cover per riportare la band a certi slanci primordiali legati al garage blues.
Anche se dall'ultimo Peaches! stasera sono state suonate solamente 'Where's There's Smoke, There's Fire' di Willie Griffin e 'You Got To Lose' di Ike Turner.
In questa seconda serata consecutiva sold out all'Alcatraz è proprio l'inizio concerto a colpire, vedendoli impegnati in duo come ai bei vecchi tempi: l'instancabile Patrick Carney con la sua batteria piantata a centro palco e Auerbach a girarci intorno e scalciare proponendo un breve medley dei loro esordi. Luci soffuse da garage di periferia che esplodono con l'entrata in scena della band: formata da due vecchie volpi come il chitarrista inglese Barrie Cadogan, che spesso si prenderà la scena rimanendo comunque nelle retrovie e Jimbo Mathius alle tastiere e armonica, un vero southern man dalla carriera imprevedibile. A completare: il bassista Andrew Gabbard e il percussionista Chris St. Hilaire. Tutti rigorosamente con occhiali da sole, tanta sostanza e poca scena.
Una grande scritta luminosa fatta di lampadine, la scenografia semplice ma d'effetto lascia il campo alla musica, curata nei suoni, con i grandi successi a svettare come 'Fever', 'Everlasting Light', 'Gold On Ceiling', 'Howlin Gor You', 'Tighten Up'.
Due ore tiratissime tra blues, garage rock, funky, southern soul, pop e psichedelia, senza fronzoli e ammiccamenti, poche parole, diretti ma anche in grado di allungare in jam strumentali piacevoli e mai troppo prolisse. Belli i duelli di chitarra tra Auerbach e Cadogan.
Il culmine viene toccato con 'I Wanna Be Your Dog' degli Stooges, punk nelle chitarre ma rivestita blues dal resto degli strumenti, e con il finale partecipato (di un pubblico vario e divertito) con l'esecuzione della zeppeliniana a due velocità 'Little Black Submarines' (con la scritta illuminata di rosso che sembra rimandare al Tv Special di Elvis del 1968) e l'immancabile 'Lonely Boy' che ci conduce all'uscita ballando con la consapevolezza di aver assistito a un gran concerto di una band più viva che mai, con il passato come focus (encomiabile il lavoro di Auerbach per dare nuova vita alle radici musicali) e la consapevolezza di avere tutto il mestiere necessario per rileggerlo a proprio piacimento. Per tanti anni ancora. Speriamo.

