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sabato 11 luglio 2026

RECENSIONE: THE ROLLING STONES (Foreign Tongues)



THE ROLLING STONES
  Foreign Tongues (Polydor, 2026)



rough and twisted

C'è un istante nel disco che trovo particolarmente significativo: dobbiamo andare quasi alla fine però, nella penultima canzone 'Back In Your Life' dove soffia aria di country. Ad un certo punto si sente nitidamente la voce di Mick Jagger in studio di registrazione (Metropolis Studios di Londra) gridare: " come on Ronnie". È il lasciapassare di Mick Jagger al bel assolo di Ronnie Wood che chiude la canzone in un crescendo di fiati.

Un assolo che Wood dice ispirato dalle recenti morti di Sly Stone e Brian Wilson.

Quel "Come On" che sembra anche chiudere il cerchio con quella "Come On" (la canzone, il loro primo singolo) che nel 1963 più che un cerchio aprì una delle più grandi leggende di cui siamo ancora fortunati spettatori. Spettatori anche un po' irrispettosi e cagacazzo visto che ancor prima dell'uscita del disco c'è stato chi l'ha demolito. Allora vorrei partire proprio da quei due punti che hanno fatto storcere il naso a molti con recensioni preventive e senza senso. Uno: la produzione di Andrew Watt è a suo modo perfetta. Moderna il giusto per farci sentire tutto il trade mark targato Stones nel 2026. Avrebbe più senso una produzione vintage che scimmiotta Exile? No. Gli Stones sono qui e ora. Nel nostro presente. Il ragazzo lavora da fan e sta mettendo mani nei dischi di quelli che fino a pochi anni fa erano i suoi idoli di gioventù, non ultimo Paul McCartney (presente la sua linea di basso nella funky 'Covered In You'), prima Ozzy Osbourne, Pearl Jam e Iggy Pop. Insomma è giusto che lasci il segno. Tra cinquant'anni ne riparleremo. Pardon: ne parleranno. Chi? Gli Stones naturalmente.

Basti l'ascolto di 'Ringing Hollow', una delle perle nascoste nelle quattordici canzoni: una lettera country all'America che pare iniziata dall'amico Gram Parsons. Agli Stones il compito di metterci la firma finale. Favolosa in tutto. "Lady Liberty non ha un bell'aspetto quando ha uno strappo nel suo vestito" cantano.

Keith Richards dice: "è in un certo senso una canzone d’amore molto tenera verso l’America. E su cosa cazzo sia andato storto". Ce lo chiediamo in tanti.

Li lascia suonare blues e grezzi in 'Rough And Twisted', "una fantasia blues" l'ha definita Jagger, viene citato pure Muddy Waters che insieme a Chuck Berry di cui rifanno una spartana e acustica 'Beautiful Delilah' (con Chad Smith alle percussioni) sembrano essere i padrini del disco. Della carriera. Apertura e chiusura del disco. Non fa una piega.

Li imbriglia dentro all'irresistibile e ossessivo chorus di 'Mr. Charm' che non nasconde frecciatine ai potenti della terra, li conduce tra il velluto soul della cover 'You Know I'm No Good' di Amy Winehouse dove Jagger fa con l'armonica quello che in origine erano i fiati, in 'Divine Intervention' suonano come la E Street Band tanto che non mi sarei sorpreso di trovare Bruce Springsteen tra i tanti ospiti. Ci sono invece Steve Winwood (il più presente) e Robert Smith, sorpreso pure lui di trovarsi in un disco dei Rolling Stones. Ma anche Bruno Mars che suona un campanaccio (chi l'avrebbe mai detto?) e Benmont Tench.

Alla domanda:"chi fa meglio gli Stones degli Stones?", rispondono 'In The Stars' e la buona, chitarristica e corale 'Side Effects'.

Nella registrazione di 'Hit Me In the Head' in cui compare una delle ultime prove di Charlie Watts tirano come un treno carico di garage punk rock. Sembra uscire diretta dal tunnel di Some Girls (preceduta da uno dei momenti più pop e moderni del disco 'Never Wanna Lose You' con i synth di Robert Smith)."Un giorno morirò. E morirò molto più in fretta se mi colpisci in testa" ringhia Jagger. Già, forse l'unico modo per farli fuori visto che le cadute per raccogliere noci di cocco non sono andate a bersaglio.

"È stato divertente da fare, ci abbiamo messo tutti noi stessi per registrarlo e tutti erano sul pezzo. Steve Jordan e Darryl Jones, insomma, lavorare con la nuova sezione ritmica… sai, sono sicuro che Charlie Watts ci stia sorridendo da lassù, quindi mi sento bene a riguardo." ha raccontato Richards sull'atmosfera che  si respirava in studio.

Due: la tanto discussa copertina commissionata all'arista americano Nathaniel Mary Quinn.

Come tutte le opere d'arte potrà piacere o non piacere ma in tempi dove le copertine dei dischi vengono create con l'intelligenza artificiale ben venga l'opera che mette insieme le facce "sfatte" dei tre Stones rimasti. Tre reduci. Autostrade di capelli e rughe. Tre facce, tre marchi registrati che si incastrano tra loro. Perchè ognuno di loro, chi più chi meno lascia un ricordo di sé su questo disco. Jagger è il mattatore con le grandi labbra in evidenza: la prova in falsetto su 'Jealous Lover' sarebbe da studiare in qualche laboratorio di genetica. 82 anni come fosse il 1976 o il 1978. Fool To Cry o Emotional Rescue. O Jealous Lover, appunto. Di quanti possiamo dirlo?

Ronnie Wood fa un bel lavoro su tutto il disco e la sua presenza si sente. "Come On Ronnie".

'Some Of Us', l'immancabile canzone di Richards è un'altra di quelle perle che mancasse crollerebbe il castello. La scrittura risale a vent'anni fa ma la voce roca di Keith quando canta "tutto ciò di cui abbiamo bisogno è un po' d'amore ... " non ha tempo e spazio.

Speriamo di averne ancora noi perchè sembra ci siano ancora canzoni da pubblicare. Lo avevo scritto anche dopo Hackney Diamonds. Non è bellissimo essere contemporanei di queste tre facce storte?





giovedì 2 luglio 2026

RECENSIONE: JIM JONES ALL STARS (Cat Fight)


JIM JONES ALL STARS
  Cat Fight (Silver Artow, 2026)




disco caldo per notti calde


Lo tengo lì nel taschino, pronto da sfoderare alla prima cantilena che sento mormorare: " il rock’n’roll è morto!". Tiro fuori quel concerto di tre anni fa quando Jim Jones con la sua masnada di brutti ceffi salirono sopra al piccolo palco del Blah Blah di Torino per dare una carica di adrenalina buona per una settimana intera. Voi miscredenti salite sul palco e ripetete loro quel che andate blaterando a scadenza mensile se avete il coraggio. Lo so su disco non è sempre facile ripetere le lezioni impartite live ma Jim Jones ci prova ugualmente: i risultati sono buoni tendenti al buonissimo. Questo secondo disco uscito sotto il monicker Jim Jones All Stars (dopo Thee Hypnotics , Black Moses , The Jim Jones Revue o Jim Jones & The Righteous Mind) si avvale della produzione di Chris Robinson (Black Crowes), anche presente in alcune tracce e di altri due ospiti come Chuck Prophet e Gloria Jones (l'ex fidanzata di Marc Bolan fino alla morte di quest'ultimo) . La ricetta è quella di sempre: garage rock'n'roll che si accoppia felicemente con il soul, nuotando tra le acque che bagnano New Orleans. Dove non arrivano le chitarre arrivano i fiati e viceversa. Difficile stare immobili davanti all'apertura blues Make It Rain ("a Robinson piace molto Make It Rain ', la prima traccia. Allora gli ho chiesto perché non ci cantasse un po', perché volevo una canzone con due voci, come Drive My Car dei Beatles , e... Beh, non è venuta fuori per niente così.”) fino alla finale Let U Go dove Little Richard e Screamin' Jay Hawkins paiono stringersi la mano,  passando dal funky di Exiled, il doo woop di I'm On Fire, il garage di Goin Higher, una Luvu dedicata a David Johansen e una Bekolah messa a metà album per tirar il fiato.

Per ora il mio disco rock’n’roll dell'anno, vizioso, sensuale, carismatico, però santo cielo e per tutti gli dei del rock'n'roll come si fa a far uscire ( per la  Silver Arrow dei Black Crowes) un disco del genere in una confezione fisica (parlo del CD) degna della peggior demo in circolazione, per altro pure di difficile reperibilità. Forse varrà il detto: le cose belle vanno conquistate. Fatelo comunque vostro in qualche maniera.