lunedì 3 giugno 2019

RECENSIONE: DUFF McKAGAN (Tenderness)

 DUFF McKAGAN   Tenderness (Universal Music, 2019)
 
 
 
 
 
 
il sopravvissuto
“La produzione di questo disco è stata una delle esperienze musicali più stimolanti della mia carriera". A parlare è DUFF McKAGAN, non certo uno con pochi chilometri in tasca, e gran merito per questa esternazione è dovuto alla collaborazione con Shooter Jennings in produzione (che ci mette pure i musicisti): musicista, figlio di Waylon (quel fuorilegge del country ormai nella mitologia musicale americana), e sempre poco ricordato ma comunque una garanzia assoluta, è riuscito a tirare fuori l'anima più tenera e nascosta del bassista, mettendo per una volta da parte i residui punk che hanno puntellato i suoi progetti fuori dalla band madre. Un flusso di coscienza cantautorale, intimo, arrivato a 55 anni, nato dopo l’ultimo tour con i Guns N’ Roses che lo ha portato a riflettere su molti aspetti della vita, quelli più nascosti ma importanti tra la propria intimità (lui, un sopravvissuto del rock'n'roll) e la dura realtà che lo circonda (i suoi States) , un disco "curativo" dice lui, aspetti messi in musica in modo sobrio e minimale tra ballate acustiche con corsia preferenziale verso il southern sound, come se i Rolling Stones di Exile avessero affittato un van nel profondo degli States per viaggiare lentamente a tarda notte, mettendosi nelle mani di Shooter e dei suoi musicisti. Senza mancare di fare tappa di primo mattino per le vie di New York frequentate da Lou Reed che ospita in casa l'amico inglese con il fulmine dipinto in faccia.

Mckagan non nasconde inoltre l’influenza che musicisti della sua generazione come Mark Lanegan e Greg Dulli hanno avuto sulla scrittura dei pezzi (ascoltate 'Wasted Heart'), ma tutto il disco è ai buoni livelli di alcune canzoni già trapelate in anteprima (la confessionale title track sembra far rivivere lo spirito di David Bowie, il gospel di ‘Don’t Look Behind You' con una bella sezione fiati, la stonesiana ‘Cheap Away’ riporta ai giorni di Exile) che sembrano trovare sempre un buon compromesso tra canzoni dal forte impianto country, quello cosmico alla Gram Parsons di 'Breaking Rocks' (con la chitarra di Jesse Dayton) e 'Parkland' o di 'Last September' e 'It' s Not To Late' (guidata da pedal steel e violino) e canzoni più cupe e scure che sembrano i ispirarsi a Lou Reed e David Bowie ('Falling Down'). Poi c'è quella 'Feel' (con Jonathan Wilson ospite alla chitarra) dedicata agli amici persi per strada recentemente, quelli che non ce l'hanno fatta e purtroppo la lista è lunga: Chris Cornell, Scott Weiland, Chester Bennington… "your star never fades" canta. TENDERNESS potrebbe essere veramente una delle migliori sorprese dell’anno. Più rose e meno pistole questa volta.
 
 
 

 
 
 
 

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