giovedì 27 aprile 2017

RECENSIONE: JOHN MELLENCAMP featuring CARLENE CARTER (Sad Clowns & Hillbillies)

JOHN MELLENCAMP (featuring CARLENE CARTER)      Sad Clowns & Hillbillies (2017)






Prime luci dell’alba in autostrada, questa mattina 26 Aprile 2017, tra code, incidenti e diluvii-dicono che in questi tre giorni scenderà tutta l’acqua che di solito cade in un mese- ma con il nuovo salvifico SAD CLOWNS & HILLBILLIES a girare senza interruzioni nell’autoradio. Per tre volte consecutive. Un disco che impiega poco a scaldare e asciugare quello che trova intorno: cuore e asfalto su tutto. E posso dire di più: da alcuni anni JOHN MELLENCAMP non sbaglia un colpo, e fa piazza pulita intorno a sè. Quando scava così a fondo nelle radici americane ha veramente pochi rivali tra i colleghi coetanei. Sad Clowns & Hillbillies continua il discorso iniziato dal disco di cover TROUBLE NO MORE (2003) che toccò il culmine con NO BETTER THAN THIS (2010), ma va anche a riprendere i fili lasciati in dischi cardine della sua carriera come THE LONESOME JUBILEE (1987) e BIG DADDY (1989), soprattutto grazie alla presenza del violino di Miriam Strum che fa quello che faceva Lisa Germano. Ascoltare ‘All Night Talk Radio’ e ‘Indigo Sunset’.
Prima di questa nuova avventura musicale nata sui palchi del tour del penultimo, splendido disco PLAIN SPOKEN, Mellencamp, democratico di lungo corso, ha sentito il forte bisogno di dire la sua sulle condizioni in cui versa il suo paese “una riflessione sullo stato del nostro paese” dice a proposito della canzone ‘Easy Target’, piazzata qui a fine scaletta, ma che anticipò invece il disco e le elezioni americane in autunno. Fu un istant single, uscito un giorno prima dell’ l’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Mellencap canta di sucker town, di bersagli facili, delle minoranze più esposte al pericolo, di armi facili, povertà e razzismo, crea un quadro poco invitante che la mano di Trump potrebbe rovinare ancora di più con altre pennellate fuori fuoco. Sull’avvento di Donald Trump, Mellencamp raccontò: “non so davvero che cosa ha intenzione di fare o il perché dice una cosa e poi ne fa un'altra. Trump dice : ‘non abbiamo intenzione di coinvolgere Wall Street,' e tutto il suo gabinetto è Wall Street. Mi sto solo mettendo comodo per vedere le cose strane che arriveranno ".
Buona visione, aggiungo io. I risultati disastrosi sono già sotto i nostri occhi.
 "So Black Lives Matter, who we tryin’ to kid / Here’s an easy target / Don’t matter, never did / Crosses burnin’, such a long time ago / 400 years, and we still don’t let it go / Well, let the poor be damned and the easy targets, too / All are created equally, beneath you and me.” Canta Mellencamp.
E tutte le restanti canzoni del disco sono legate dallo stesso filo conduttore: la lotta. Contro noi stessi e contro quello che ci circonda. Sebbene il nome di CARLENE CARTER compaia in copertina (l'intesa artistica nacque dopo il musical  Ghost Brothers of Darkland County, scritto da Mellencamp con Stephen King), la figlia di June Carter e Carl Smith (figlioccia di Johnny Cash) duetta solamente in cinque canzoni su tredici, e tra queste c’è ‘My Soul Got A Wings’, con un testo di Woody Guthrie che Mellencamp ha musicato in salsa country gospel, perché il disco nacque per essere una raccolta di canzoni dal marcato sapore spiritual cantate in duetto. Con il tempo l’idea è stata abortita e da quelle registrazioni si sono salvati solo alcuni brani tra cui una buona ‘Damascus Road', infarcita di riferimenti biblici. Un disco molto più vario musicalmente rispetto alle ultime uscite: accanto a numeri folk come ‘What Kind Of Man Am I’, troviamo quel heartland rock alla vecchia maniera con le chitarre elettriche più marcate di ‘ Early Bird Cafe’ (brano di Lane Tietgen conosciuto nella versione di Jerryy Hahn) o di ‘Grandview’ in duetto con Martina McBride stavolta e la presenza di due ospiti come l’ex Guns N’ Roses Izzy Stradlin alla chitarra e Stan Lynch, l’ex Heartbreaker di Tom Petty, alla batteria; una ‘Sugar Hill Mountain’ che sbuffa come se fosse suonata da una big band e che non avrebbe sfigurato tra le Seeger Session di Bruce Springsteen e una magnifica ‘Sad Clowns’ che potrebbe essere uscita dall’ugola consumata dalla nicotina di un Tom Waits qualsiasi datato 1973-1978. Oltre ai già citati, ad accompagnare Mellencamp tra i tanti anche: i fidi Andy York, Troye Kinnett, Mike Wanchic e il vecchio amico Kenny Aronoff come ospite.
Chiamatelo ancora cougar, chiamatelo bastardo, additatelo come un tipo poco avvicinabile e burbero, ma quando ci si mette…

Nota a margine di un disco senza sbavature: il packaging del CD è inesistente. Una misera bustina di cartone con pochissime note (titoli e nomi dei musicisti) illeggibili sul retro e...stop. In tempi in cui si dovrebbe puntare almeno sulla qualità del supporto fisico, questo è un grande passo falso. Imperdonabile. Pollice verso. Consiglio di puntare sull'edizione in vinile.





RECENSIONE: JOHN MELLENCAMP, STEPHEN KING, T BONE BURNETT, AA.VV. -Ghost Brothers Of Darkland County (2013)

RECENSIONE: JOHN MELLENCAMP Live@Vigevano 9 Luglio 2011

 John Mellencamp – Recensione – Performs Trouble No More



lunedì 24 aprile 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 33: RONNIE LANE'S SLIM CHANCE (One For The Road)


RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (Island Records, 1976)





“Pronto? Ciao Ronnie, te la fai una birra giù al pub stasera?”
“Certo Enzo, solita ora lì?”
“Ok, a dopo.”
Semplice, no? Se potessi scegliere una bevuta al pub insieme ad una rockstar sceglierei Ronnie Lane. Ma, un attimo: ho usato una parola che non va bene. Non è birra, non è pub, ovviamente. Ronnie Lane ha un passato radioso con gli Small Faces e con i Faces poi, ma di rockstar non ne voleva proprio sentir parlare. È sempre fuggito da quel mondo, e lo dimostra bene la sua carriera solista, durata veramente poco, il giro di un poker di album nei settanta, ma intensa. Come poteva amare hotel, piscine e mega tour uno che mise in piedi una sorta di carovana da circo itinerante denominata Passing Show, la si può vedere nel retro copertina, per poter portare la sua musica (una sorta di country folk rustico americano ma in salsa britannica) in giro nei posti più inconsueti e sperduti delle campagne inglesi in totale libertà? Naturalmente non fu mai un successo. Ma poco importa. Uno che si inventò uno studio di registrazione mobile che ben presto divenne ricercatissimo proprio dalle rockstar: il Ronnie Lane’s Mobile Studio. Lì, dentro a quel camper attrezzatissimo, ci registrarono Quadrophenia gli Who e Phisical Graffiti i Led Zeppelin. Ma anche Rory Gallagher e Eric Clapton. Proprio davanti alla roulotte/studio posa insieme ai suoi Slim Chance per la copertina del terzo disco On The Road.
Chiarissimo esempio della sua musica povera e rudimentale.
Folk dylaniano fortemente legato alle radici, rock'n'roll sbilenchi spesso alticci, impreziositi da violini, fisarmoniche e mandolini; ma anche del suo modo di affrontare la vita: un forte legame con la natura (viveva quasi come un contadino nelle campagne del suo amato Galles) e le cose più semplici ed appaganti che ispireranno i testi, l' alcol o la sbandata religiosa verso il guru indiano Mether Baba sempre in testa. Ronnie Lane era un’anima pura e il destino si sa va spesso a cercare dove non dovrebbe. Lane morì a soli cinquantuno anni nel 1997 dopo anni di dura lotta contro quello che il destino aveva preparato per portarselo via: la sclerosi multipla. Cheers Ronnie, a stasera, solito posto.





DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)


mercoledì 19 aprile 2017

RECENSIONE: CHUCK PROPHET (Bobby Fuller Died For Your Sins)

CHUCK PROPHET     Bobby Fuller Died For Your Sins (2017)






‘Bad Year for Rock and Roll’ (lo è stato o no il 2016? Viene pure citato Bowie), ‘Killing Machine’, ’Jesus Was a Social Drinker’, ‘If I Was Connie Britton’, ‘Post-War Cinematic Dead Man Blues’. Con dei titoli di canzoni così, il quattordicesimo album dell’ex Green On Red, parte già vincente. Il nuovo disco del folle CHUCK PROPHET, dedicato a Bobby Fuller (‘Bobby Fuller Died for Your Sins’), l’indimenticato interprete che portò al successo 'I Fought The Law', la cui prematura morte è ancora avvolta in un mistero, sta girando da settimane senza sosta, e credo che lo farà ancora per molto. Se amate il rock’n’roll, in ogni sua forma, è impossibile resistere al sound, alle numerose citazioni, alla curiosità espressiva e all’ironia nera di alcuni pezzi. C'è pure un omaggio ad Alan Vega e ai Suicide (il ritmo danzereccio e marziale di ‘In The Mausoleum’), e si conclude con ‘Alex Nieto’, per non dimenticare il giovane di San Francisco ucciso, senza apparente ragione dai 14 spari della polizia nel 2014. Quanta vitalità in un disco che chiama spesso in causa la morte. Un ‘California Noir’ come lo ha definito lo stesso Prophet: la tensione tra finzione romanzata e realta' che si cela sotto. Le tante contraddizioni della sua California. Un disco camaleontico, che schizza incontrollato in tutte le direzioni, dalla delicatezza pop di ‘Open Up Your Heart’ alla perfetta parodia byrdsiana di ‘Rider Or The Train’ alle dissonanze garage di ‘Alex Nieto’. Il tutto suonato insieme ai fedeli Mission Express. Disco con una marcia in più, con la giusta dose di esuberanza-e ironia- per distinguersi dalle tante (troppe?) uscite discografiche di questi nostri giorni.





mercoledì 12 aprile 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 32: BADFINGER (No Dice)

BADFINGER    No Dice (1970)






Dalle alte vette alle tragedie nel giro di pochi anni. Sponsorizzati dai Beatles e ingaggiati dalla Apple nel 1968 quando ancora si facevano chiamare Iveys, i Badfinger vivono almeno quattro anni ai massimi splendori pop: dal 1970 fino al 1975 ereditarono le migliori melodie e armonie vocali dai quattro di Liverpool proprio quando l’avventura dei Beatles era giunta al capolinea. Il duo formato da Pete Ham (comunque il maggior compositore del gruppo) e Tom Evans nel loro piccolo sono i nuovi Lennon-McCartney, nella buona e nella cattiva sorte come vedremo. Anche se pure il chitarrista Joey Holland ha avuto la sua buona importanza. Coincidenze che sembravano spianare la strada verso una discesa mirabolante. Scioltisi i Beatles, il nome della band gallese continua a girare ugualmente intorno a tutti e quattro i Fab Four: Paul McCartney scrive per loro ‘Come And Get It’, compongono la colonna sonora del film con Ringo Starr MAGIC CHRISTIAN MUSIC (il loro primo disco), partecipano alle registrazioni di ALL THINGS MUST PASS e al CONCERT FOR THE BANGLADESH di George Harrison, i loro credits compaiono su IMAGINE di John Lennon. Cosa potrebbe pretendere di più una band pop rock in quegli anni? NO DICE è il secondo album e proprio quella miscela tra accattivante pop trainato da azzeccate melodie vocali (‘Without You’, ‘I Don’t Mind’) e rock’n’roll (‘I Can’T Take It’, ‘Better Days’, ‘Watford John’) è il loro punto di forza. Sempre in bilico tra l’emulazione e la genialità (questa verrà a galla solamente anni dopo, troppo tardi?), i Badfinger si vedono soffiare sotto il naso la loro ‘Without You’ da Harry Nilsson che ne farà un successo mondiale nel 1972, ma non sarà il solo. Fino a quel momento era una semplice canzone incastonata dentro un disco.
Nel 1971 uscirà STRAIGHT UP, altro grande disco, come lo furono i successivi. Ma qualcosa non va soprattutto a livello finanziario: la band paga a caro prezzo alcune scelte sbagliate a livello di management e marketing. Il manager Stan Polley è sul banco dei maggiori imputati. Si vedono pochi soldi in entrata e qualcosa puzza. Sarà proprio questo il motivo che spingerà Pete Ham a togliersi la vita impiccandosi nel garage di casa il 24 Aprile del 1975. Aveva ventotto anni. Sua moglie era all’ottavo mese di gravidanza ma lui il futuro per sua figlia non ce lo vedeva proprio. No future. I restanti Badfinger andranno avanti ma non sarà più la stessa cosa. Anzi sì: Tom Evans emula l’amico e si toglie la vita nello stesso modo dopo una furente litigata con il chitarrista e cantante Joey Molland. Era il 19 Novembre del 1983 quando il suo corpo venne trovato impiccato nel giardino di casa. Ego e soldi ne hanno combinata un’altra. Anche se molti sostennero che Evans non si fu mai ripreso dalla morte dell’amico Ham, tanto da dichiarare spesso e volentieri che prima o poi l’avrebbe raggiunto in quel bel posto. E beffardo, nell’aria si sente volare il testo del loro più grande successo in coppia: “I can’t live if living is without you, I can’t live, I can’t give any more”. Mai più divisi.






DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)



giovedì 6 aprile 2017

RECENSIONE: CORY BRANAN (Adios)

CORY BRANAN   Adios (Bloodshot Records, 2017)




Nativo della terra del Mississippi, vita vissuta tra Memphis e Nashville, marito e padre, figlio di un batterista, inizio carriera in una metal band e folgorazione cantautorale ascoltando John Prine, fa il suo ritorno a tre anni dal precedente THE NO-HIT WONDER (2014). “Sono cresciuto nel North Mississippi, ho imparato la musica dalla Chiesa e dal blues della zona. Ma sono anche un figlio di MTV”. Quarto disco (poche uscite se consideriamo che è in giro dal 2002), che ha mantenuto inalterato il carattere della sua scrittura: disincantata, sbeffeggiante e cinica, una visione della vita con in primo piano i sentimenti che spesso si ritrovano il cuore infilzato se non spezzato, malesseri e storie intriganti, tanto che i Lucero ne rimasero folgorati, citandolo in una loro vecchia canzone ‘Tears don't Matter Much’ contenuta in That Much Further West (2003). Questa volta s’inventa la sua morte e ci gioca su: ci saluta con un addio. Anche se io di questi tempi scherzerei poco con chi impugna la falce, lui lo fa alleggerendo il tema pesante. “Ad un certo punto delle registrazioni, ho realizzato che avevo almeno sette o otto canzoni che parlavano di morte. Ecco, avevo un tema”. Cory Branan è un songwriter dal passo lento, apparentemente distaccato dalla vorace velocità dell'odierno music business, capace di tenere un piede nel pericoloso outlaw country dei seventies, uno appoggiato sull' acceleratore del presente che schiaccia a suo piacimento senza compiacere nessuno, ma riuscendo a stare ben in equilibrio sulla linea della migliore tradizione rock americana, risultando persino sfuggente ad ogni etichetta musicale si voglia appiccicargli addosso. Potrete trovarci lo Springsteen di The River (‘You Got Through’), il coetaneo ma senz’altro più prolifico Ryan Adams (‘Imogene’), il country folk alla John Prine in The ‘Vow’ dedicata al padre scomparso, le languide melodie blues alla JJ Cale in ‘Walls, Ms’, i racconti notturni e jazzati alla Tom Waits (‘Cold Blue Moonlight’), il rock’n’roll dal taglio punk (‘Another Nightmare In America’), frizzanti rock’n’roll alla Buddy Holly (‘Only Know’). Ad accompagnarlo una formazione ridotta all’osso: Robbie Crowell dei Deer Tick alla batteria, tastiere e fiati e James “Haggs” Haggerty al basso. In aggiunta: Amanda Shires (violin e voce), Laura Jane Grace e Dave Hause alle voci. Adios, ma era meglio un arrivederci.








lunedì 3 aprile 2017

RECENSIONE: THEE JONES BONES (This Is Love)

THEE JONES BONES       This Is Love (La Stalla Domestica, 2017)





Il sesto disco della band camuna, attiva dal 2001, è stato presentato durante lo scorso weekend: prima in città a Brescia, poi a Darfo Boario Terme nella loro Val Camonica. Assistendo al primo concerto al Lio Bar (immancabile punto di riferimento per la musica bresciana e non solo) ho potuto testare di persona il mood che caratterizza gran parte di THIS IS LOVE: la presenza di due coriste (Tiziana Salvini e Anna Pina) alla sinistra del trio era sintomatico di qualche cambiamento che su disco viene poi amplificato dalla presenza di una sezione fiati in alcune tracce. Rimane intatta quella semplice magia ad alto volume composta da basso, chitarra e voce che semplificheremo in una bella parola mai passata di moda, rock’n’roll (a morte chi dice: è morto!), ma questa volta il passo più lungo è in direzione America e vengono aggiunte due mani di R&B e soul che fanno tanto Muscle Shoals: ‘Like A Sunshine In The Morning’ e ‘La La La’ (con la voce ospite di Alessandra Cekka Cecala) sono due blues mordenti e dal groove incalzante, mentre ‘Mother’s Heart’ rallenta il ritmo, diventando un ballata soul, sulle impronte della voce dell’ospite Ceki Blues.
Luca Ducoli (voce e chitarra), Paolo Gheza (basso) e Sergio Alberti (batteria) rimangono quella genuina macchina da guerra dei precedenti dischi, dove l’hard blues britannico e il southern rock, il garage made in Detroit e il blues del Mississippi, la solare e psichedelica west coast californiana si rincorrono senza conflitto lungo dieci tracce, spalmate in due facciate di plastica rosso fuoco, proprio come succede nei nostri cari vinili dei 70 impilati sotto il vecchio stereo, con tanto di brevi e suggestivi intermezzi acustici che preparano alle imminenti esplosioni. ‘A Season In Your Soul In The Shadow Of The Sun’ introduce ‘Welcome To The Show’, una vera e propria chiamata alle armi dal taglio hard seventies che durante i live servirà da apripista e dare la scossa primordiale, ‘Little Moon’ è un siparietto acustico che sembra emergere da una bayou e ci prepara a ‘Hey Man (a Song For Johhny Cool)’, omaggio dichiarato a Phil Lynott suonata come dei redivivi Thin Lizzy e con la chitarra ospite di Rick Phillips a primeggiare, mentre ‘Every Cloud Is A Silver Lining’ è l’apripista verso il gran finale chiamato ‘Take It Easy’, che è più Rolling Stones degli ultimi Stones. Se aggiungete presenza scenica e una naturale propensione a jammare e allungare durante i live il gioco è fatto. Un disco grezzo e diretto, nonostante le tante sfumature di abbellimento aggiunte, perfettamente in linea con la precedente produzione. Si va sul sicuro. A vincere sono ancora una volta l'attitudine giusta e la passione vera.


vedi anche
BRESCIA ROCK (5 band da conoscere: Slick Steve & The Gangsters, Van Cleef Continental, Thee Jones Bones, Il Sindaco, The Union Freego)


mercoledì 29 marzo 2017

It's Just Another Town Along The Road, tappa 4: MATT WALDON (Grow Up)

MATT WALDON Grow Up (Arkham Records/IRD, 2017)




Due anni fa, al Buscadero Day, Matt Waldon si presentò al pubblico con un set di canzoni dal taglio rock e chitarristico, lasciando trasparire il suo possibile futuro discografico. Il tempo passa veloce, (aggiungete: un purtroppo) ed ecco qui il frutto di questi due anni di lavoro: tutto come previsto, tanto che anche il simpatico disegno di copertina lo ritrae esattamente com'era vestito quel giorno. Visto che si parla di copertine, vorrei fare un plauso alla cura dei dettagli con cui il tutto viene confezionato con l'ormai immancabile plettro all'interno. Faremo una collezione, spero più lunga possibile. Il cantautore di Padova si avvale ancora dell'aiuto prestigioso di Kevin Salem al mixer e come musicista in alcuni brani, cementando un'amicizia che da oggi potremo chiamare di vecchia data. Registrato tra Padova e Woodstock, GROW UP è senza dubbio il disco più personale tra i tre registrati in carriera da Matteo: il primo OKTOBER (2012) era la summa di tutte le sue prime esperienze musicali, un disco che andava a pescare in tante direzioni, il secondo LEARN TO LOVE (2014), era più omogeneo e brumoso e prediligeva il lato acustico.
GROW UP è un disco che fa poco per compiacere l'ascoltatore, le dieci canzoni viaggiano diritte per la loro strada senza troppi occhiolini di circostanza: lo si capisce immediatamente dalla traccia d'apertura e ripresa pure nella traccia fantasma che chiude il disco, Hungry Bears (anche nome del gruppo che lo accompagna), è uno strumentale dal piglio psichedelico che fa da introduzione, ma che non svela ancora nulla della direzione in cui andranno a viaggiare la maggioranza delle dieci canzoni. Almeno fino all'attacco tambureggiante di 7 Beers, rock song con le chitarre davanti  e l'umore di chi ama annegare i dispiaceri sopra al bancone di un bar nel retro. Sulla scia si accoderanno le dirette You'll Never Get Back, No Slaves e Grow Up. Punta sulla parte più elettrica della sua musica, quella tesa, graffiante e acida, tanto scura che 21 Cigarettes, introdotta dal basso di Francesco De Negri, sembra addirittura recuperare un riff di chitarra abbandonato dalla new wave più rock degli anni ottanta. Ci sento i Killing Joke,
Nella parte centrale emergono invece due ballate molto personali ma dal carattere molto forte: Save Me, guidata dal violino suonato da Chiara Giacobbe, affronta l'amore e i chilometri (e sotto, nell'intervista, potrete leggere il rapporto di Matt con il viaggio), mentre la dedica alla madre della dolce ?!%$, con il violino e la seconda voce di Debby Clinkenbeard, svela il lato più malinconico e privato.
Quando Matt dice che Ryan Adams non manca mai nello stereo della sua auto durante gli spostamenti, io rispondo che ultimamente GROW UP staziona nella mia. Metto in moto e parto.





In viaggio con Matt Waldon


I km nel tuo disco. Il viaggio ha influenzato le tue canzoni?
Certamente! Amo viaggiare e molte delle mie canzoni sono nate durante alcuni di questi viaggi o da riflessioni fatte al rientro a casa.
Non è una regola fissa ma è accaduto spesso e in tutti e 3 i miei album ci sono canzoni che raccontano di esperienze ed emozioni vissute proprio durante questi viaggi.

Tour. Aspetti positivi e negativi del viaggiare per concerti in Italia. Dove torni spesso e volentieri?
Lasciamo la parola “Tour” a chi veramente macina Km per settimane, mesi, i miei al massimo si possono definire “Mini Tour”. Aspetti positivi del viaggiare per concerti in Italia sono appunto in primis il viaggiare perché è un qualcosa che amo, conoscere gente nuova e scoprire realtà nuove. Sicuramente una parte della mia vita a cui difficilmente rinuncerei. Aspetti negativi non ne vedo, li chiamerei piuttosto imprevisti, come la disorganizzazione di alcuni locali, la mancata risposta del pubblico, esperienze che comunque servono per crescere!
Il club che amo e dove torno più spesso a suonare, non l’ho mai nascosto, è il “Club Il Giardino” di Lugagnano (VR), un vero e proprio tempio della musica live in Italia, un palco che ha visto innumerevoli importanti personalità della musica nazionale ed internazionale, un vero Club con la C maiuscola dove l’artista può esprimersi a 360 gradi con la certezza & la consapevolezza che il pubblico presente è realmente li per ascoltare ogni singola nota, accordo, parola o frase espressa.

Radici o vagabondaggio. Cosa ha prevalso nella tua vita?
Entrambi, ripeto, amo viaggiare conoscere nuove realtà ma allo stesso modo amo le mie radici, rifugiarmi in loro è per me fondamentale, non riuscirei a vagabondare senza le mie radici.

Viaggio nel tempo. Passato: per chi o per quale tour avresti voluto aprire come spalla? Futuro: come ti vedi tra vent’anni?
Qui la scelta è difficile, quasi impossibile, diciamo che mi sarebbe piaciuto aprire i concerti di Bob Dylan & Tom Petty nel 1987 durante il loro True Confessions Tour, sarebbe di sicuro stata un incredibile esperienza mistica!
Tra vent’anni non mi vedo, ho imparato vivere alla giornata, è la cosa migliore in questo mondo!

La canzone da viaggio che non manca mai durante i tuoi spostamenti.
Anche qui è dura rispondere, non esiste una canzone da viaggio che non manca mai durante i miei spostamenti, esiste l’artista che non manca mai durante i miei viaggi, e questo sicuramente è Ryan Adams.




 

lunedì 27 marzo 2017

ALEJANDRO ESCOVEDO live@Teatro Toscanini, Chiari (BS), 25 Marzo 2017






Sabato sera Alejandro Escovedo ha generosamente sciorinato nomi legati alla sua vita musicale che solo avendo avuto block-notes e penna con me riuscirei a ricordare perfettamente ora. Un elenco lungo ma in continua trasformazione. Ci provo: i Nuns, la sua prima formazione in pieno punk 77 che ebbe il pregio di aprire alcuni concerti  dei Sex Pistols, i tanti cantautori texani che aprirono la strada e quelli rimasti oggi come compagni di viaggio, l'amico Bruce Springsteen (ricordate il duetto 'Always A Friend'?, stasera suonata), la sua grande famiglia con i tantissimi fratelli musicisti, la favola maledetta di Sid Vicious e Nancy Spungen, gli amici italiani con il compianto Carlo Carlini in testa, il primo a portarlo in Italia, Chuck Berry recentemente scomparso e poi chissà quanti altri che ora mi sfuggono. Una memoria vivente degli ultimi quarant’anni di rock'n'roll-da non confondere con il rock patinato da prima pagina-con in mezzo le tante sfighe della vita, con la vittoria sull'epatite C da sfoggiare con l'orgoglio del combattente che ce l'ha fatta. I messaggi delle canzoni di Escovedo sono usciti chiari e forti: grazie al carisma e la bontà del texano, alla bravura dei musicisti che lo hanno accompagnato in questa data e in tutte le altre in giro per l'Europa, non ultima, alla buonissima acustica del Teatro Toscanini di Chiari. Uno spazio ricavato all'intero di una struttura scolastica che finché non ci entri, ti siedi e ascolti, non ci credi. Da buoni alunni con l'esperienza in tasca, ad aprire la serata sono stati i bresciani The Scotch, guidati dalla chitarra di Enrico Sauda: un rock blues tosto il loro, carico di groove e coinvolgente. Hanno giocato in casa e hanno portato casa la partita con disinvoltura. Bravi!
Il concerto di Escovedo, invece, è stato una lezione di songwriting rock, raccontata senza nessuna barriera. A porte aperte: nessuna frontiera tra Austin e Messico, Londra e New York, l’Italia e il mondo tutto, i pochi vincenti e i tanti vinti, il rock e il folk. Una nota di merito va sicuramente a Don Antonio (dietro c'è Antonio Gramentieri dei Sacri Cuori) e band ( Franz Valtieri, Matteo Monti e Denis Valentini) che hanno tramutato sangue, ruggine, polvere e petali di rose in musica, attraverso possenti e abrasive chitarre elettriche e dilatate ballate suonate come dio comanda. Nella mia personale lista delle migliori canzoni della serata metto: 'Sally Was A Cop’, 'Can't Make Me Run' e ' Down In The Bowery'. A proposito di Don Antonio: occhio al debutto in uscita ad Aprile, ricco di sapori mediterranei e già in heavy rotation nel mio stereo il giorno dopo il concerto. Era una domenica uggiosa, maledizione. Ma è stato un bel contrasto. Vincente.
Le stanze del Chelsea Hotel non sono più tutte prenotate, come quelle del 1978, la sua Austin gli è cambiata sotto quegli occhi veri e sinceri che ora la guardano con nostalgia, tanti amici sono emigrati  per sempre in altri posti lontani e sconosciuti, ma finché ci saranno chitarre, cuori e anime romantiche io ci credo ancora. L'ultimo disco BURN SOMETHING BEAUTIFUL è la testimonianza più diretta e convincente, comunque l'ultimo di un poker di album (REAL ANIMAL, STREET SONGS OF LOVE e  BIG STATION)  che lo hanno riportato ai vertici del cantautorato rock americano di questi ultimi anni.
Non è un caso che tutto sia finito sotto un uragano. 'Like A Huricane' di Neil Young, con la chitarra ospite di Giovanni Ferrario, è stata l'ultima ondata di una serata di grande rock. E mentre l'ultimo feedback aleggiava ancora nell'aria, Escovedo era già dietro al banchetto a firmare autografi, vendere i suoi cd e posare per le foto fino a tarda serata. Un esempio.


con Giovanni Ferrario

The Scotch

RECENSIONE: ALEJANDRO ESCOVEDO-Burn Something Beautiful (2017)
RECENSIONE: ALEJANDRO ESCOVEDO-Big Station (2012)




martedì 21 marzo 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 31: SUZI QUATRO (Suzy Quatro)

SUZI QUATRO    Suzy Quatro   (Rak Records, 1973)






Non so voi cari maschietti, ma quando Suzi Quatro, nel ruolo di Leather Tuscadero (sorella di Pinky, la ragazza di Fonzie) apparve per la prima volta in una puntata di Happy Days, qualcosa di ancora indefinito mi fece vibrare qualcosa, non so cosa fosse, non so dove fosse, ma so che successe. Forse non raggiungevo nemmeno i dieci anni, ma il fascino da sexy maschiaccio di quella ragazza vestita di pelle con il basso a tracolla arrivò immediatamente. Colpito e affondato. Forse l’amore per il rock’n’roll si accese in quel preciso momento, vicino a quella cerniera di quella tutina aderente in pelle nera. Il debutto di Suzi Quattro, invece, uscì qualche anno prima e già conteneva quella ’48 Crash’ che si porterà dietro per tutta la carriera. Un debutto fulminante (senza dimenticare gli esordi nelle all female band Pleasure Seekers, poi Cradle, insieme alle due sorelle, da metà anni sessanta), sexy, agressivo, e palestra per tante future ragazze ribelli. Una ragazza vestita di jeans e chiodo che martellava il suo basso, a capo di una basilare band rock’n’roll formata da tre uomini: Len Tuckey (chitarre) che sposerà, Alastar McKenzie (piano) e Dave Neal (batteria). Qualcosa di nuovo che farà scuola.
Un debutto che arriva dopo una buona gavetta in Inghilterra aprendo i tour di Thin Lizzy, Slade e venendo a contatto con la colorata scena glam inglese. Proprio da lì il produttore Mike Most pescherà la coppia di autori Mike Chapman e Nicky Chinn (già al lavoro con gli Sweet) da affiancare nella scrittura di alcuni pezzi di questo debutto.Sarà il glam a segnare l’intero album ma non solo: l’hard rock’n’roll carico di irresistibile groove di ‘Glycerine Queen’ e ‘ Shine My Machine’, il tambureggiante e psichedelico mantra di ‘ Primitive Love’, il basso pulsante in ‘Get Back Mama’, l’irresistibile coro di ‘Sticks And Stones’, il boogie di ‘Roockin’ Moonbean’ e ‘Can The Can’ (primo vero singolo) sono ingredienti semplici e mai fuori moda. Metà Chewing gum, metà cuoio. Poi le due cover: ‘I Wanna Be Your man’ (Beatles) e All Shook Up’ di Elvis Presley , e leggenda narra che proprio il re dopo aver sentito questa versione, la invitò a Graceland per conoscerla. L’incontro non avvenne mai. Ma c’è di più: dopo l’audizione per il telefilm Happy Days, Suzy Quatro ricevette la risposta della sua assunzione nel mondo della televisione proprio il 16 Agosto del 1977, quando il re passò a dettar legge da qualche altra parte nell'universo. Strane coincidenze.





DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)

giovedì 16 marzo 2017

RECENSIONE: MARTY STUART AND HIS FABULOUS SUPERLATIVES (Way Out West)

MARTY STUART AND HIS FABULOUS SUPERLATIVES   Way Out West (Superlatone Records, 2017)






Il giorno che il giovanissimo Marty Stuart, appena dodicenne, approdò a Nashville, città che rappresentava già un sogno predestinato, dovette aspettare ore prima di incontrare colui che lo invitò nella città del country per offrirgli il primo lavoro in campo musicale. In quei momenti di attesa, Stuart non perse troppo tempo e si avventurò, solo, alla scoperta della città. Quello spirito di ricerca gli rimase per tutta la carriera, trovando uno dei suoi culmini quando entrò nella band di Johnny Cash. Marty Stuart con i suoi dischi, le sue memorabilia raccolte in un museo e le sue trasmissioni televisive rimane una delle più fulgide memorie storiche “viventi” della country music che potremmo tradurre in un più semplice ed esaustivo “musica americana”. Adesso che anche i più grandi, uno ad uno, stanno passando a miglior vita, a lui il compito di preservare la forza e la tradizione di certi suoni. Tanto che Johnny Cash nella sua biografia scrisse: “Fra tutti, Dwight Yokam e Marty Stuart sono stati capaci di inserirsi nella tradizione della musica country apportando nuova linfa ma senza snaturare il genere. Non cercano di imitare il soundi di artisti come George Jones e Lafty Frizzell, come invece fanno molti altri”.
In compagnia dei fedeli Fabulous Superlatives (la chitarra di Kenny Vaughan, la batteria di Harry Stinson e il basso di Chris Scruggs) e della produzione di Mike Campbell (Tom Petty and the Heartbreakers) scrive un’accorata lettera d’amore lunga quindici canzoni (suddivise in autografe, strumentali e una cover) al territorio americano dell’Ovest. La terra promessa tanto agognata compresa tra deserti (‘Mojave’) e interminabili autostrade (‘Whole Lotta Highway’), preghiere e invocazioni ai nativi (‘Desert Prayer’), difficili confini (‘Old Mexico’, ‘El Fantasma Del Toro’), tra rutilanti honky tonk (‘Air Mail Special’ di Benny Goodman), rock (la byrdsiana ‘Time Don’t Wait’, ‘Quicksand’), accenni surf e country western cosmici accecati e storditi dal sole dove si può ancora intravedere la sagoma nera di Johnny Cash alle prese con Folsom Prison (‘Way Out west’). Un disco senza tempo, suonato alla grande (che chitarre!), destinato a farsi strada e diventare un piccolo classico di questi tempi ingrati, troppo veloci anche per il cuore e la perfezione qui contenuti.





lunedì 13 marzo 2017

BLACKBERRY SMOKE live@Fabrique, Milano, 11 Marzo 2017


Breve nota (polemica) a margine prima di iniziare: i primi protagonisti, non attesi e fastidiosi, che si palesano davanti al Fabrique di Milano mentre  la gente è in coda all'entrata, sono una manciata di venditori abusivi di biglietti (chiamiamoli ancora bagarini) che  senza ritegno inseguono le persone con fare gradasso, invadono la strada trafficata di macchine al grido di: "vendo, vendo biglietti, sottocosto". Dopo tutte le polemiche di questi ultimi mesi sul secondary ticketing mi sembra che poco sia cambiato. Veramente nessuno può intervenire fuori dal locale e fare qualcosa, spezzando almeno l'ultimo anello della catena per risalire su, fino in cima? Fine
Fortunatamente all'interno del Fabrique l'atmosfera sembra diversa e già riscaldata a dovere. Pubblico delle grandi occasioni e a giovarne è il gruppo di spalla BITERS. Un quartetto di Atlanta poco originale musicalmente, in verità (divertente cercare i rimandi: ad un certo punto sembra spuntare 'You Ain't Seen Nothing Yet' dei BACHMAN TURNER-OVERDRIVE, invece no, era una loro composizione) che pur avendo in scaletta una canzone dal titolo '1975' sembra rifarsi alla scena street glam losangelina di metà anni ottanta e a quella scandinava compresa tra gli Hanoi Rocks e gli Hardcore Superstar piuttosto che a quella più rozza, malata e scollacciata dei  settanta. Presenza, look e una buona dose di divertimento e portano ugualmente a casa la loro serata.

 

Quando cala il telone, raffigurante la copertina dell'ultimo, ottimo  album LIKE AN ARROW, sono le 22:00. Guardo l'orologio: gran puntualità. Ci vorranno però almeno due canzoni (la sacrificate 'Fire In The Hole' e 'Six Ways To Sunday') prima che la band di Atlanta, nuova stella del southern rock americano, riesca a colpirmi. I suoni sono ovattati, il basso di Richard Turner sembra coprire tutto e la voce di Charlie Starr arriva debole e lontana. Fortunatamente tutto si sistema al meglio in gran velocità e già da 'Good One Comin' On' i Blackberry Smoke iniziano quello che, a fine serata, risulterà un concerto straordinario, intenso e vario, in grado di riportare le lancette del tempo indietro fino alla migliore stagione del rock confederato compresa tra i fine anni sessanta e il 1978, con una lacrimuccia che scende pensando ai più recenti Black Crowes dei fratelli Robinson, gruppo al quale i Blackberry Smoke sembrano guardare per cercare di occuparne il posto lasciato libero da un paio d’anni, senza possederne però i tanti fuoriclasse.Sì peché la vera e unica star nei Blackberry Smoke è proprio il cantante e chitarrista Charlie Starr: intorno a lui (completano la formazione il barbuto batterista Brit Turner, il secondo chitarrista Paul Jackson e il tastierista Brandon Still ) una schiera di importanti gregari che fanno squadra, pestando duro di possente hard, giocando con il divertente boogie ('Rock'N'Roll Again',     'Let  It Burn') svolazzando su canzoni ariose, melodiche  e country come 'One Horse Town', e perdendosi in lunghe jam quando necessario, senza mancare di omaggiare 
 il passato, dai Led Zeppelin di 'Your Time Is Gonna Come', ai Little Feat di 'Fat Man In The Bathtub' al reggae di Bob Marley che compare a sorpresa nel lungo finale jammato. 

"Too country for rock too rock for country" cita la scritta sul retro di una t-shirt in vendita al banchetto marchandise. In mezzo ci stanno comodamente i Blackberry Smoke. E come scrissi qualche anno fa dopo il disco della svolta WHIPPOORWILL: per avere il quadro clinico del southern rock odierno, è obbligatorio passare per le strade della Georgia calpestate dai Blackberry Smoke. Sui cartelli stradali leggerete: ancora in salute. Un concerto da ricordare.

 

SETLIST: Fire In The Hole/Six Ways To Sunday/Good One Comin' On/Wish In One Hand/ Waiting For The Thunder/Rock And Roll Again/Let It Burn/Sleeping Dogs/Shakin' Hands With The holy Ghost/The Good Life/Restless/Whippoorwill/Up In Smoke/Lay It All On Me/Ain't Got The Blues/One Horse Town/Like An Arrow/Eden/Fat Man In tHe Bathtub (Little Feat cover)/Ain't Much Left Of Me (with Everythings Gonna be Alright-bob Marley)


RECENSIONE: BLACKBERRY SMOKE-Like an Arrow (2016)
RECENSIONE: BLACKBERRY SMOKE-Leave A Scar (2014)
RECENSIONE: BLACKBERRY SMOKE-The Whippoorwill (2012)

 

venerdì 10 marzo 2017

RECENSIONE: BLACK JOE LEWIS & the HONEYBEARS (Backlash)

BLACK JOE LEWIS  & the HONEYBREARS    Backlash (2017)





A volte alcune copertine ammazzano i dischi prima del tempo. Questa è un killer spietato. Basta passare oltre, perché nelle undici canzoni che costruiscono il quarto disco di Black Joe Lewis con i suoi Honeybears c’è tutto quello che ci aveva già presentato in precedenza, ossia la sua personale miscela dove oltre al contagioso R&B, esce tutto l'amore, sempre confessato, per la scena rock'n'roll di Detroit dei primi anni settanta, in verità maggiormente esplorata con il precedente ELECTRIC SLAVE del 2013: vocalità che a volte sfiora Iggy Pop (ascoltate ‘Freakin’ Out’, ‘Prison’ e la finale ‘Maroon’ che si perde oltretutto nella psichedelia), due chitarre che intrecciano il serpeggiare dei sempre presenti fiati e il personale garage soul carico di groove è servito su un piatto d'argento fumante di tortillas texane appena sfornate. Anche se lui ama liquidare il tutto con un semplice: "è solo rock’n’roll". Il nero musicista texano non ha perso né il pelo né il vizio, forte di una personalità e faccia tosta strabordanti che trovano la dimensione ideale sopra ai palchi. Dall'essere "iguana" a "macchina del sesso" come quella guidata dai migliori interpreti soul alla James Brown" (nel funky di ‘Sexual Tension’) il passo è brevissimo e la sua lingua sa essere velenosa sia quando si preoccupa della salute della terra in ‘Global’, quando si prende a cuore la situazione degli afro americani nel soul di ‘Nature’s Natural’, quando invita a suo modo gli ‘Hipster’, figli di papà, a cercarsi un lavoro o come quando sta dalla parte del potere, quello vero: ‘PTP’, ossia Power To Pussy, e qui non c’è bisogno di nessun chiarimento.






martedì 7 marzo 2017

It's Just Another Town Along The Road, tappa 3: PAOLO AMBROSIONI & THE BI-FOLKERS (Hangin' On A Wire)

PAOLO AMBROSIONI & THE BI-FOLKERS  Hangin' On A Wire (2016)

Questa terza tappa del mio viaggio tra l'Italia musicale con l'accento internazionale si ferma a Torino. Con un po' di fortuna, girando per i locali cittadini che hanno il coraggio di non mettere tribute band in cartellone, potrete imbattervi in Paolo Ambrosioni e i suoi Bi-Folkers: ossia Davide Trombini alle chitarre e mandolino e Roberto Necco alle chitarre e banjo. Già dalla formazione (a cui si aggiungono comunque tanti ospiti tra cui Renato Tammi e Thomas Guiducci nella finale Folk'N' Roll) si può capire a cosa va incontro la musica di Ambrosioni: un country folk ragionato, intimo, introspettivo, mai sopra le righe, dominato da strumenti a corda, dove si mette in mostra la buona
capacità di cucire i vecchi songwriters americani, l'old time roots con la nuova ondata di bluegrass band provenienti dagli Stati Uniti. Con un po' di attenzione però, leggendo tra le righe dei testi, c'è un aspetto che salta subito in primo piano, rendendo HANGIN' ON A WIRE, il secondo disco dopo NO PLACE TO HIDE uscito nel 2014, unico e interessante: il vissuto del suo autore. Non c'è finzione tra i solchi di queste dieci canzoni, niente viene raccontato per sentito dire, non c'è lo scopiazzamento di prose altrui o lo scimmiottamento di qualche idolo a stelle e strisce: sia quando prende spunto dal suo lavoro di assistente sociale in  Social Worker Blues, quando denuncia vigliacchi soprusi (Nothing Will Change), quando mette in musica esperienze personali legate alla musica (Share The Same), quando apre il cuore a situazioni più intime e private come l'omaggio al piccolo figlio in Shine, ma più in generale, come suggerisce il titolo dell'album, nelle sue canzoni riesce a dare voce alle persone deboli e indifese, tutte quelle che vivono nell'ombra con l'esistenza appesa ad un sottilissimo filo a cui basta veramente poco per spezzarsi senza ritorno. E per chi ha fatto anche solo un anno di servizio civile come me, queste canzoni sono indispensabili e un chiaro segno di rinnovata fiducia verso la razza umana. It's a brand new light.



In viaggio con Paolo Ambrosioni

1)I km nel tuo disco. IL viaggio ha influenzato le tue canzoni?
Viaggiare è una delle mie più grandi passioni, ho avuto la fortuna e la possibilità di viaggiare molto, un po’ meno da quando è nato mio figlio, ma cercheremo di recuperare. Le canzoni del disco risentono in parte della mia attività lavorativa di assistente sociale ove ho cercato di dare voce a persone con le loro storie ma anche di situazioni/ricordi legate a dei viaggi, per cui direi sì, il viaggio ha in parte contribuito nella fase di scrittura dei pezzi. Credo comunque che, oltre al viaggio in sé, una delle parti più belle sia la fase di “preparazione” del viaggio stesso e scrivendo canzoni si viaggia con la mente e con la fantasia, si immaginano e scrivono storie
2)Tour. Aspetti positivi e negativi del viaggiare per concerti in Italia. Dove torni spesso e volentieri?
Al momento abbiamo suonato prevalentemente nel nord-ovest tra Piemonte, Liguria e Lombardia con qualche puntata in Romagna (Glory Days in Rimini). Speriamo di poter espandere il nostro “territorio” nel prossimo futuro. Gli aspetti positivi sono legati anche semplicemente al fatto stesso di poter viaggiare, vedere posti nuovi ed incontrare altre persone (per me la musica è comunione e condivisione, di emozioni e di buone vibrazioni), riuscire a presentare le mie canzoni ad un numero sempre maggiore di ascoltatori. Capita spesso di suonare fuori Torino in locali pieni o quasi e di percepire l'attenzione e l'ascolto della nostra musica. E' molto emozionante e gratificante ma anche responsabilizzante, nel senso positivo del termine. Gli aspetti negativi sono più relativi alla fatica logistica, di tempo, di conciliare i lavori (e le relative famiglie) di ognuno con la musica, di suonare in posti dove c’è poca accoglienza, pochissima attrezzatura o dove si aspettano che la promozione la faccia solo il musicista che deve portare gente. Questo capita più nella città dove vivo, Torino, che fuori. Ci piace tornare quindi nei posti dove c’è una buona accoglienza umana e rispettosa, dove c'è calore, ove il pubblico è abituato ad una programmazione musicale di un certo tipo e dove possano esibirsi artisti con una propria proposta musicale e non esclusivamente tributi; dove il cachet, sebbene magari ridotto, viene regolarmente versato, segno di rispetto e chiarezza
3) Radici o vagabondaggio. Cosa ha prevalso nella tua vita?
Nato a Milano, cresciuto a Torino, origine maremmane. Vivo da 30 anni a Torino per cui mi piace avere radici ma con la possibilità di poter un po’ vagabondare.
4) Viaggio nel tempo. Passato: per chi o per quale tour avresti voluto aprire come spalla? Futuro: come ti vedi tra vent’anni?
Un qualsiasi concerto di Bruce Springsteen & The E Street Band negli anni ’70, per poter poi esserci a sentire il concerto loro. Avrei voluto assistere a qualsiasi concerto nel Mississippi negli anni '20 o '30 del secolo scorso. Tutto ha avuto origine da lì alla fine. Tra vent’anni avrò 64 anni e spero di non essere così lontano dalla pensione (facciamo finta di crederci…) per poter avere più tempo a disposizione da dedicare alla musica. Tra vent’anni spero di essere capace a suonare meglio la chitarra e magari riuscire ad accompagnarmi in qualche pezzo al piano.
5)La canzone da viaggio che non manca mai durante i tuoi spostamenti.
This Hard Land - Bruce Springsteen, Wagon Wheel - Old Crow Medicine Show




IT'S JUST ANOTHER TOWN ALONG THE ROAD tappa 1: GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS/HERNAN:DEZ & SAMPEDRO
tappa2: LUCA MILANI

lunedì 6 marzo 2017

RECENSIONE: DANKO JONES (Wild Cat)

DANKO JONES   Wild Cat  (AFM, 2017)




Se fossi donna potrei dire che Danko Jones non mi fa più bagnare come ai tempi di BORN A LION (2002). Quel garage blues vizioso e scollacciato-che faceva già pensare ad un nuovo John Spencer Blues Explosion- è stato via via coperto, disco dopo disco, da un hard'n'heavy rock molto più potente ma anche più prevedibile e scontato, portato avanti con quel pilota automatico di nome mestiere. Eppure il canadese (con John “JC” Calabrese e Rich Knox in formazione e Eric Ratz alla produzione) continua a rimanere quell'irriverente figlio di buona donna con la giusta attitudine, l’urgenza e la sfrontatezza di chi suona vero rock’n’roll senza inutili orpelli, con basso, batteria e chitarra come se non ci fossero altri giorni dopo questo. In studio come nei live. Gli stereotipi del rock’n’roll che piacciono tanto sono tutti presenti (è la sua forza), nei titoli, nei testi, nei chorus, nella forma, ma dopo vent’anni e otto dischi, Danko Jones rimane uno dei venditori più credibili in materia, sia quando ritorna al blues abrasivo (‘Revolution’), strizza l’occhio al punk più melodico (‘Diamond Lady’), si veste da quindo Kiss (‘My Little RnR’) o riga dritto per le strade aperte dall’amico Lemmy (‘Let’s Start dancing’). Il tutto con il chiodo fisso del sesso sempre ben piantato in testa. Poi ti piazza una canzone come ‘You Are My Woman’, un dichiarato omaggio ai Thin Lizzy di Phil Lynott, e allora, sotto sotto, proprio lì, vorresti essere veramente donna. C'è ancora la vecchia formula: Watt, sudore e "gnocca" (a volte con eccesso maniacale di machismo, ma con tutto il rispetto possibile) sono ancora ingredienti basilari per divertirsi senza dare o chiedere troppo in più. Basta saperlo. Divertimento comunque, e sempre, assicurato in un disco che fila liscio dall'inizio alla fine senza rallentamenti.