mercoledì 9 marzo 2016

RECENSIONE: JESSE MALIN live@Latteria Molloy, Brescia, 8 Marzo 2016

 
 

C'è stato un particolare momento, tra i tanti di ieri sera, che mi ha fatto capire quanto Jesse Malin sia un grande artista. Paradossalmente però la musica si era zittita, sono cresciuti gli applausi e il sipario era appena calato dopo quasi tre ore di concerto (comprese le buonissime aperture del giovane Trapper Schoepp-ne sentiremo parlare-e il tosto set dell'esperto Don DiLego che oltre a  presentare il suo nuovo lavoro ha proposto una 'State Trooper' di Springsteen mica male). Il concerto era appena terminato. Finito. Ma torniamo indietro di tre minuti. Ultima canzone in scaletta è 'You Know It's Dark When Atheists Start To Pray', brano che conclude anche l'ultimo album OUTSIDERS, suonata in stile New Orleans con tromba e sax  in grande evidenza. Malin balza giù dal palco insieme ai fiati, come del resto ha fatto più volte durante la serata (riuscendo pure a far sedere tutta la sala senza troppi sforzi), e cammina in mezzo al pubblico che riempie la Latteria Molloy, continuando a cantare e portando al termine la canzone dal banchetto del merchandising dove pochi istanti dopo, posato il microfono, inizia a firmare autografi e posare per le consuete foto. Fino alla chiusura del locale. Bene, in questo inconsueto finale ho visto tutta l'attitudine e la passione di un artista che vive ancora il rock in modo sano. Libero. Con la ingenua visione da fan che ancora lo attanaglia e le numerose cover che piazza durante i suoi concerti testimoniano benissimo quanto sia ancora un prigioniero del rock'n'roll senza via di scampo: 'Russian Roulette' dei sempre dimenticati Lords Of The New Church di Stiv Bators è stata tra i pezzi forti della serata, le sue pose, i suoi movimenti ricordano spesso lo Springsteen dell'Hammersmith Odeon, annata 1975. Ma lui è ancora lontanissimo da quelle barriere artista-pubblico che a certi livelli diventano insostenibili, se non odiose quando non c'è rispetto da entrambe le parti. E di barriere, anche tra generi musicali, ieri sera ne sono state abbattute parecchie. Lo stesso Malin ci ha scherzato su quando ha posato la chitarra acustica che lo faceva sembrare un "Jesse Cougar Mellencamp" per incamminarsi verso l'infuocato finale che lo ha riportato  ai tempi dei D Generation, primi anni novanta, con due versioni da togliere il fiato di 'Rudie Can't Fail' (Clash) e 'Do You Remember Rock'n'Roll Radio' (Ramones). E poi c'è stata la sua New York che ha sempre aleggiato nell'aria, la difficile infanzia al Queens superata camminando dal lato giusto della strada come dirà parlando di quel suo debutto solista THE FINE ART OF SELF DESTRUCTION uscito nel 2003: i giornalisti hanno sempre associato la Grande Mela e quel titolo alle droghe che però non hanno mai avuto troppa importanza nella sua vita. Stasera abbiamo avuto la conferma: Jesse Malin si è sempre fatto di rock'n'roll. Anche a musica finita.





SETLIST: She's So Dangerous/Boots Of Immigration/Hotel Columbia/Addicted/Downliner/The Year That I Was Born/If I Should Fall From Grace With God (THE POGUES)/She Don't Love Me Now/Outsiders/Bar Life/Death Star/Mona Lisa/Wendy/Turn Up The Mains/Russian Roulette (LORDS OF THE NEW CHURCH)/All The Way From Moscow/Rudie Can't Fail (THE CLASH)/Do You Remember Rock'n'Roll Radio (RAMONES)/You Know It's Dark When Atheists Start To Pray



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