giovedì 29 novembre 2012

RECENSIONE: SCOTT KELLY / STEVE VON TILL / WINO (Songs Of Townes Van Zandt)

SCOTT KELLY / STEVE VON TILL / WINO  Songs Of Townes Van Zandt ( My Proud Mountain, 2012)

Va da sé che uno dei tributi meglio riusciti e credibili a Townes Van Zandt esca da personaggi che, come già fatto dal maledetto cantautore texano in vita, vivono la musica ai margini, lontano dalla ribalta mainstream. Conosciuti da chi non pone limiti ai gradi della propria visuale musicale, un po' meno a chi verso certi suoni non si avvicinerebbe nemmeno sotto tortura fisica.
Veniamo quindi alle presentazioni: Scott Kelly e Steven Von Till sono da sempre l'anima, le voci e le chitarre di quella entità proveniente da Oakland a nome Neurosis che dal 1985, dopo gli esordi post-hardcore, ha saputo creare, attraverso una trasformazione in continuo movimento che ancora deve finire (è appena uscito il loro ultimo album Honor Found In Decay che sposta ancora i limiti del loro suono) una musica assolutamente personale dove metal, sludge, industrial, progressive, psichedelia e anche folk potessero convivere insieme andando a compiere un viaggio oscuro intorno alla psiche umana, assolutamente personale e talmente ricco di sfumature da avere pochi eguali ed una nutrita schiera di imitatori assolutamente non all'altezza. Disco consigliato: Through Silver In Blood (1996). Scott Kelly e Steven Von Till non hanno mai nascosto il loro amore per il folk più nero, brumoso, minimale e intimistico, grazie ai numerosi altri progetti solisti che hanno scandito la loro carriera. Questo tributo non sorprenda quindi, sempre di introspezione si tratta: là dove ci sono le rumorose e pesanti chitarre elettriche, nei progetti solisti c'è il minimalismo di una chitarra acustica e la forza delle voci assolutamente profonde e vere.
Scott "Wino" Weinrich è invece un personaggio che ha sempre dimostrato più anni di quelli effettivi. Carriera iniziata a metà anni settanta con gli Obsessed e continuata esplorando gli anfratti più nascosti, rallentati e fangosi del doom/blues con i St.Vitus e con gli Spirit Caravan. Un Hippy che può considerarsi a tutti gli effetti uno dei padri e "guru" del movimento Stoner Rock, non chè autore di alcuni pregevoli lavori solisti gravitanti intorno al blues psichedelico (Puncuated Equlibrium-2009).
Inevitabile che tre ceffi americani di questo calibro, che vivono ancora la musica in modo spirituale ed emozionale, abbiano un punto in comune con la musica di un personaggio schivo, misterioso, per certi versi maledetto, ma estremamente vitale e ancora non completamente sdoganato come Townes Van Zandt.
Nove canzoni (tre canzoni interpretate da ciascuno) prese dal vasto repertorio lasciato da Van Zandt prima di morire nel capodanno del 1997, dopo aver vissuto ogni giorno come l'ultimo, raccontando la sua personale visuale dell' America, ma soprattutto l'influenza che questa terra ha avuto nel suo quotidiano, capovolgendo la sua anima e ispirando la sua poesia come hanno fatto solamente i più grandi cantori d'America del '900 da Woody Guthrie, a Pete Seeger, da Hank Williams a Bob Dylan. Van Zandt riuscì a convivere ogni giorno con depressione e alcolismo, tracciando una via tortuosa e offuscata alla sua vita, vissuta sempre in viaggio, perennemente e pericolosamente sempre in corsia di sorpasso, con l'istintività artistica sempre in primo piano nella gioia e nel tanto dolore.
A parte qualche leggero azzardo, le canzoni vengono riproposte con estrema devozione e rigore acustico, mettendo in mostra e risalto, solamente le tre differenti vocalità dei personaggi coinvolti.
SteveVon Till alle prese con la malinconica semplicità melodica di If I Needed You, con il nero fango texano di Black Crow Blues cantata con la voce sofferta, fumosa e raschiosa, mentre solo la soffocante The Snake Song presenta dei pochi invasivi effetti elettronici. 
Scott Kelly si immerge nel lento e darkeggiante  incedere di St.John The Gambler con la sua baritonale voce che sfiora la profondità di Mark Lanegan, i riverberi di Lungs tra il diavolo e quel figlio unico di nome Gesù, e i sette minuti estremamente convincenti nel regalarci un piccolo ritratto di quell'America dimenticata, nella storia di una ragazza che lascia il suo paese alla ricerca di un lavoro in Tecumseh Valley.
Wino è il più vicino all'originale, come voce ed interpretazione. Semplicità per sola voce e chitarra da vero folksinger come nei notturni chiaro scuri di Rake, nella discesa verso l'emarginazione di Nothin' e nel vagabondaggio solitario di A song For.
Un disco intimo e passionale (sulla scia dello splendido omaggio che un altro reietto come Steve Earle riuscì a fare con Townes-2009) che semina profondità, attraverso 9 canzoni, non necessariamente le più famose, in cui si mostra quanto le oscure e cerebrali  liriche di Townes Van Zandt abbiano lasciato un segno negli artisti americani, di qualunque estrazione musicale e tempo. Un omaggio, uno sfizio, una celebrazione: chiamatelo come volete, ma questo disco è una dimostrazione di quanto solo la buona e immortale musica riesca ad unire le generazioni. Consigliatissimo.

lunedì 26 novembre 2012

RECENSIONE: JOSHUA JAMES( From The Top Of Willamette Mountain )

JOSHUA JAMES  From The Top Of Willamette Mountain (Intelligent Noise, 2012)

"There is a mystic in the mountain/high above the Great Salt Lake/he's dancing in the heavens far below his golden gates/he is looking to our cars below, and laughing at our rock n roll" da Mystic

Le canzoni di Joshua James posseggono la stessa straordinaria magia trascendentale che solo alcuni luoghi consacrati al culto riescono ad emanare. Non sto parlando delle affollate e per certi versi "rumorose" cattedrali durante le feste comandate, ma di quei luoghi solitari e sperduti in mezzo alle montagne, lontani dalla civiltà dove il silenzio e la meditazione valgono più di tante parole ordinate sottoforma di preghiera  ripetute all'infinito, quelli che per arrivarci necessitano di un enorme sacrificio fisico che il pellegrino errante mette già in conto all'inizio del viaggio. Quelli dove ci sei solo tu di fronte a qualcosa di immenso.
Anche Joshua James, già dal suo esordio The Sun Is Always Brighter(2007)-anche se prima uscirono altri due album-, passando dal bello Build Me This (2009), sta cercando delle risposte importanti e questo suo terzo album, più degli altri, sembra darne prova trovando alcune risposte nella realtà, tanto da mettere in dubbio alcune certezze che ha sempre avuto, quelle legate a quell'immenso di cui sopra. Lo capisci immediatamente quando vieni a sapere che il disco è stato registrato nella sua fattoria sperduta nello Utah, dove vive in compagnia della moglie e circondato da tanti animali, lontano da ogni possibile frenesia moderna. Uno studio di registrazione, i collaboratori Evan Coulombe e Richard Swift (produttore) e poco altro sono la sua ricetta di sopravvivenza.
Il taglio della sua voce, tanto profonda e ad alta tensione drammatica quanto confidenziale e così veloce nel penetrare sotto pelle, basta a tenere a galla un disco che non ha bisogno di alzare troppo i toni degli strumenti, giocando, a differenza dei precedenti, sulla uniformità.
Passano così, una dietro l'altra, le 11 canzoni dal sapore acustico roots/folk dove l'introspezione scava a fondo tra i silenzi, i riverberi e i crescendo dell'evocativa Mystic, la devianza pop/rock del singolo up-tempo Queen Of The City, i nostalgici tocchi '50 di un pianoforte nel doo-wop  Surrender, la famiglia, l'amore (la moglie è spesso citata), la casa e la fede come unici appigli  nei folk minimali di Doctor Oh Doctor, Willamette Mtn, Feel The Same e Ghost In The Town, l'algida atmosfera di So Did I e Holly Haley, la costruzione di Sister che mi ha ricordato i Simon & Garfunkel di Bookends, e le incertezze e gli incubi nascosti nel complicato reticolo della mente umana in Wolves.
Una voce che sembra spesso suonare come uno strumento dentro ad una stanza vuota, arrivando prima di tutto. 
Imtimismo,contemplazione e spiritualità sono ancora una volta le chiavi di lettura della sua onestà di artista, trasportata nelle profondità delle liriche delle sue canzoni. Senza dubbio il disco più personale, fino ad ora, di un cantautore meritevole di rispetto e attenzione.







giovedì 22 novembre 2012

RECENSIONE: FRANCESCO DE GREGORI (Sulla Strada)

FRANCESCO DE GREGORI  Sulla Strada  ( Caravan, 2012)

"...alla fine di un viaggio c'è sempre un viaggio da ricordare". Così cantava Francesco De Gregori in Viaggi e Miraggi, canzone contenuta in uno dei suoi dischi più on the road di sempre, 'Canzoni d'Amore' del 1992, a cui Sulla Strada può essere accostato per temi e varietà musicale. Dopo vent'anni, a 61 primavere e un cappello da marinaio (stile Chuck Berry) calato in testa, la sua memoria è ancora talmente ampia, lucida e ispirata da lasciare spazio a tanti altri ricordi (viaggi). Ancora tante valigie da fare e disfare, ma sempre pronte da caricare sopra ai bagagliai di macchine, treni, aerei e navi. De Gregori , in verità, è tra i pochi cantautori "storici" (e viventi) italiani a non aver mai raggiunto una meta, a non essersi mai adagiato su formule musicali o periodi storici, anche se qualcuno, ne conosco, sarebbe in grado di affermare il contrario. I suoi fari li ha sempre tenuti accesi, di giorno e di notte, al chiaro del sole e in galleria. Puntati in avanti, pronti a cogliere un'ispirazione sempre in movimento, nel presente come nel folk/rock "proletario", vagabondo e imbottito di visioni quotidiane dell' iniziale titletrack Sulla Strada, ispirata nel titolo da Kerouac ma forse la meno incisiva e più scontatamente degregoriana del lotto, ma soprattutto facendo tesoro, come i più grandi cantautori folk sanno fare, della memoria storica e popolare del proprio paese, riuscendo ad attraversare epoche e momenti diversi come solo un treno ad alta velocità riuscirebbe a fare oggi, anche se per De Gregori una vecchia e lenta locomotiva dei primi '900 sarebbe più adatta, se non altro per riuscire ad ammirare meglio gli scorci dei paesaggi. Memorie (vedi la La Guerra) che con le nuove generazioni andranno piano piano a spegnersi, per questo preziose. Per questo prezioso. Il viaggio, oltre che musicale come sempre (dal rock al country, dal blues allo swing, dal rebetiko alle atmosfere latineggianti), è un excurcus nella memoria storica. Anche questo è viaggiare.
Dal nostalgico quadretto seppiato dei primi del '900 di Belle Époque ("Van le troie illuminando il cammino sgangherato del sergente innamorato che di notte se ne va, che di notte, che di notte tutti i gatti sono grigi , tutti i cani sono neri, non è ancora già domani, ma non è ancora ieri...ti bacio e ti butto vita mia come un pezzo di pane..."), passando per i ricordi di un "soldatino" nel rock tirato di La Guerra, quasi una continuazione del suo "must" Generale, con cori e chitarre affilate che sembra quasi uscita dalla penna dei fratelli Severini (Gang).
Scomoda i poemi epici, riesumando un Omero insolitamente canterino, per ricordare gli anni d'oro del pop italiano e sottolineare il buio musicale di oggi  in Omero al Cantagiro, fino ad arrivare al presente di Ragazza del '95, (con Malika Ayane ai cori come in Omero Al Cantagiro) tanto moderna nel testo quanto antica nel riportare alla mente il caotico caos di fauna umana  con valigie di cartone al seguito che animava il porto della sua vecchia Titanic. Dove là c'era una marea di gente in cerca della propria strada (via mare), qui c'è una solitaria e giovane donna, ancora minorenne, persa in un aereporto in attesa di imbarcarsi verso la speranza a low cost. Il Futuro? Dove? Dove "...comincia la terra e ricomincia il mare".   
Viaggiare è anche indagare nella propria vita personale e De gregori, finalmente, mette in piazza un piccolo episodio privato, tanto normale e quotidiano nella vita di qualsiasi artista famoso e conosciuto ma che riesce a tratteggiare il carattere dell'autore meglio di una qualunque seduta psicoanalitica; ma anche utile nel mettere importanti paletti tra artista e fan, spesso abbattuti dagli atteggiamenti invasivamente maniacali dei fan e perchè no, da quelli altezzosi e distaccati delle rockstar arrivate. In Guarda che non sono io, musicata dal maestro Nicola Piovanisi chiama in causa in prima persona:
"E io gli dico scusa, però non so di cosa stai parlando / sono qui con le mie buste della spesa, lo vedi che sto scappando / Se credi di conoscermi non è un problema mio / e guarda che non sto scherzando / guarda che non sono io", per poi rientrare a far parte di tutta l'umanità, ancora così piccola e debole di fronte alla grandiosità della vita, nella splendida Passo d'Uomo
E l'amore? Anche l'amore è un viaggio affascinante e misterioso. Presente anche stavolta, anche se lasciato ai margini: cantato nella confidenzialità di  Showtime e nella casualità di un incontro, di una serata romantica e del rinnovato mistero di un sentimento "mascalzone" nella leggerezza di Falso Movimento, suonata come un lieve soffio di ponentino che fa tintinnare un brindisi fra innamorati con la città eterna sullo sfondo.  
Non aver mai messo in discussione il proprio lavoro. Questa è la sua forza.
Grande prova ne è stato il tour  Pubs and Clubs dello scorso anno, uno dei migliori della sua carriera, dove ancora una volta le canzoni si rinnovavano sotto nuovi arrangiamenti come insegnato dal suo mentore Dylan, ma soprattutto con un contatto umano ritrovato- cercato e chissà se recepito? (qui sarebbe Dylan a doversi ispirare)- che sembra mettere ancor più in evidenza le parole di Guarda che non sono io.
L'uomo e l'artista. In mezzo, il lungo percorso che porta l'uno verso l'altro e viceversa. Questo è il disco. Fatto alla vecchia maniera, 9 canzoni (con almeno tre capolavori secondo me: Passo d'Uomo,Belle Époque e Guarda che non Sono Io), poco più di 40 minuti, nessun riempitivo inutile, a meno che non consideriate le sue parole già in grado di riempire i vuoti. Prodotto da Guido Guglielminetti e suonato con la stessa band che lo accompagna nei live: Alessandro Valle, Lucio Bardi, Alessandro Arianti, Paolo Giovenchi, Stefano Parenti, lo stesso Guido Guglielminetti e Elena Cirillo.
Arrivederci sulla strada...again. 

martedì 20 novembre 2012

RECENSIONE: ARCANE OF SOULS (Vivo e Vegeto)

ARCANE OF SOULS  Vivo E Vegeto ( autoproduzione, 2012)

Non so quante volte questa recensione sarà letta dopo il 12 Dicembre 2012. Come non so se riuscirete a trovare il tempo per ascoltare e assimilare l'esordio solista di Alfonso Surace, già chitarra e voce dei bergamaschi tORQUEMADA e collaboratore dei Sakee Sed, che per l'occasione si nasconde dietro all'anagramma del suo nome, diventando Arcane Of Souls. Surace sceglie-cabalisticamente- l'allinearsi delle tre dozzine per far uscire la sua opera prima a soli 9 giorni dalla data più attesa da tutta l'umanità. Correndo il piacevole e serio rischio di diventare l'ultimo disco della vecchia era ma anche, chissà, il più piacevole "primo disco" da ascoltare nella nuova. Il titolo "Vivo e Vegeto" che campeggia sopra al canpo santo in copertina sembra augurarselo, promettendo una speciale ricetta per vivere al meglio.
Cosa che auguro a tutti noi, visto che il disco merita l'ascolto, se non altro perchè si presenta subito in modo intrigante già dalla copertina, svelando le caratteristiche quasi agresti, arcane, dissacratorie e scanzonate che pervadono le canzoni.
Dietro alla foto di copertina, scattata nel misterioso cimitero del villaggio operaio di Crespi d'Adda (da visitare), creata in collaborazione con Monelle Chiti, che omaggia All Things Must Pass, vecchio e ambizioso triplo album di George Harrison del 1970, si nascondono infatti 12 canzoni che rimbalzano intorno al pianeta musica in modo folle, a volte sconclusionato, irriverente, dissacrante ma anche romantico ed estremamente semplice.
 Forte di una produzione volutamente da "buona alla prima", e ricordando la pazzia compositiva di un Captain Beefheart  capitato in gita in Italia e inebriato da nettare rosso, dove sbilenchi blues chitarristici come Pontiac ( "Eccomi qua, vivo e vegeto a metà/E non mi chiedere il perché/Son poco in forma per l’età") Un Treno Blu, quasi una filastrocca con i piccoli figlioletti ai cori, convivono con il funk robotico e psichedelico di Bronson con il sassofono di Mauro Mazzola a creare ordinato scompiglio.
 Dove bucolici  pic-nic in verdi prati con ridenti cimiteri all'orizzonte, sono allietati dall'andatura country/folk del western-padano Domenica, dimentica e dal violino campestre di Francesca Arancio in Col Sole In Faccia.
Un disco dove la passione e gli amori sono cantati con la leggerezza naïf da sogno flower-power in Chorus ChorusPerò fuggire in due è più bello/Lo vedi che non stiamo tremando/Saremo una passione che risplenderà nel sole/Posso regalarti un buffo ritornello in la!), libertà sessantottina nei sonnolenti valzer alla Neil Young di E Faremo L'Amore e Io e Lei, e attraverso la soffice psichedelia amorosa orchestrata in Io e Te sulla scia degli ultimi Verdena di Razzi Arpia Inferno e Fiamme. Ma anche l'amore gridato non manca: in Holtz.
Un disco che vuole sfuggire alle facili catalogazioni e riportare a galla-e al potere-la fantasia e l'ispirazione, fregandosene di conformità ed eleganza di forma. Un po'come riportare in campo un fantasista indisciplinato, quelli di un tempo, e inserirlo nella rosa delle ordinate squadre di calcio odierne. Un ritorno alle cose belle dei sixties/seventies. Difficile chiedere di più ad un disco nato per questo piacevole e "onorabile"scopo (raggiunto).


sabato 17 novembre 2012

RECENSIONE:KRIS KRISTOFFERSON (Feeling Mortal)

KRIS KRISTOFFERSON  Feeling Mortal (KK Records, 2012)

Kris Kristofferson è sopra al palco, si sfila la camicia bianca lasciando trasparire un fisico scolpito da neo quarantenne in grandissima forma. Si infila un gilet nero sopra al torso rimasto nudo, indossa una maschera da mostro, la band che lo accompagna lo segue, e attaccano Hellacoius Acres. E' una delle immagini che mi assalgono quando penso a lui. La scena è tratta dal remake-non ispiratissimo a dire il vero- di "A Star Is Born (E' Nata Una Stella)", film/musical del 1976, con Barbra Streisand sua grande complice e amante. Vi ricordate il bacio appassionato che li ritraeva nella copertina della soundtrack?  
Sono passati 36 anni da quella scena. Eppure Kris Kristofferson ha mantenuto, oltre alla capigliatura e alla barba brizzolata già allora presente, l'incredibile fascino ammagliatore che lo ha sempre contraddistinto, acquistando anche la saggezza del tempo. Certo, le rughe hanno tracciato tanti piccoli sentieri sul suo volto ma il diretto interessato, ancora una volta, non sembra farne mistero, anzi.  
Il suo ultimo album Closer To The Bone uscì nel 2009 e fu un grande disco che sembrava segnato dalla presenza misteriosa dell'ombra incombente del suo grande amico Johnny Cash.
Feeling Mortal , prodotto ancora da Don Was, ne è la giusta continuazione e dimostra quanto l'ispirazione, a volte, si riaccenda in tarda età, magari dopo aver trascorso qualche anno in vacanza dalla musica, a fare l'altro suo mestiere (impegnatissimo in questi anni davanti alla camera da presa) e accorgendosi improvvisamente che gli anni sono ora 76 e che il tempo per scrivere grandi canzoni non aspetta più nessuno, nemmeno i grandi del country come lui. Kristofferson sembra affrontare con sguardo contemplativo sia la vita che gli rimane davanti che quella già trascorsa  nella titletrack Feeling Mortal che apre il disco "At this moment in the dream/That old man there in the mirror/And my shaky self-esteem", il mood è quello scarno fatto di sola chitarra e voce così come in Mama Stewart che gira sugli stessi  argomenti ma raccontati attraverso lo sguardo perso di chi in tarda età è afflitto dalla cecità ma continua ad aggrapparsi alla speranza cercando ancora l'avvento del miracolo:"Everything is beautiful in Mama Stewart’s eyes/Another shining reason to believe/Everything is new and full of wonder and surprise/Inside the world that Mama Stewart sees", o come quando, attraverso una metafora marinara in Castaway canta un briciolo di vita,"Perchè come una nave senza timone/Sto solo andando alla deriva con la marea/E ogni giorno mi sto avvicinando al limite". Intanto una farfisa e un violino accompagnano le onde degli anni che con il loro infinito moto di andata e ritorno si rubano la gioventù e ci lasciano il presente.
Questo disco è  monito indirizzato a tutte quelle persone, rockstar in primis, che si sentono immortali. No, c'è un momento per tutto, sembra raccontarci Kristofferson con la sua rassicurante e calda voce avvalendosi del tono crepuscolare che intacca tutte le canzoni.
Ma è anche un disco più suonato rispetto all'ombroso e scarno Closer To The Bone. Questa volta ad accompagnarlo una band formata da Mark GoldenbergGreg Leisz alle chitarre, Sean Hurley al basso, Aaron Sterling alla batteria e Matt Rollings alle tastiere, la cui presenza si manifesta in Bread For The Body con il violino di Sarah Watkins in primo piano e nella accorata dedica d'amore che esce da The One You Chose.
Kristofferson non molla lo specchio: è il momento di mettercisi davanti e fare dei piccoli bilanci di vita, quelli che escono da cullanti walzer country-roots come You Don't Tell Me What To Do sostenuta con un'armonica dylaniana e una slide, da Stairway To The Bottom con le pedal steel di Leisz a ricamare, da My Heart Was The Last To Know, e da Just Suppose con il pianoforte a scandire il tempo quasi in modo silenzioso come un instancabile e antico orologio sempre carico.
Se nel precedente disco c'era una solare canzone dal titolo Good Morning John, dedicata a Cash, qui, il disco si chiude con Ramblin'Jack, dove, strappandoci anche qualche sorriso, sembra raccontarci, sottoforma di piccola biografia e tessendone pregi e difetti da vagabondo stonato dall'alcol, la storia di un fuorilegge girovago della folk music americana ancora vivo ed arzillo come il "suo amico" Ramblin'Jack Elliott. Ma alla fine della storia quello che conta sono solo le sue canzoni, canta Kristofferson. 
Un giorno, senza troppa fretta, qualcuno canterà la stessa cosa di Kris Kristofferson. Allora sì, potremo chiamarlo (anche) immortale.
Per i fortunati possessori del biglietto, l'appuntamento con Kris Kristofferson è per il 26 Novembre al Teatro Franco Parenti di Milano. Unica data italiana del suo atteso tour europeo.






mercoledì 14 novembre 2012

RECENSIONE:CHEAP WINE (Based On Lies )

CHEAP WINE  Based On Lies ( Cheap Wine Records, 2012)

Un limbo.La sottile linea di spazio vuoto che divide il baratro nero degli inferi dalla luce bianca della felicità. E' il territorio desolato in cui si muovono i protagonisti di Based On Lies, ultimo disco dei pesaresi Cheap Wine, il loro nono in carriera, che segue l'ultimo in studio Spirits (2009) e il pantagruelico live Stay Alive (2010). Un territorio che potremmo chiamare più semplicemente realtà, mentre quei protagonisti non vanno cercati nelle vite altrui e lontane, siamo semplicemente noi, come cantava qualcuno solo qualche anno fa. Convivere con la realtà è diventato difficile: c'è chi ci riesce, anche mettendo in campo insospettabile egoismo e bieca menzogna, chi trova la salvezza in qualcosa che spesso associamo alla futilità come il nostro amato rock'n'roll, e chi sprofonda, lasciandosi tentare da vampiri assetati di vite altrui pur di campare, da chi vuole l'omologazione imperante o più semplicemente affonda nella battaglia più crudele, quella della sopravvivenza tra simili ridotti allo sbando. Una lotta alla pari, dove vince il più forte. Un limbo in cui le speranze e i sogni di vita sembrano spesso sospesi, avvolti dalle nubi, ingabbiati in mezzo alle rovine di paesaggi desolanti. Fermi e impossibilitati nel muoversi come una pietra che dopo aver passato una vita a ricevere tanti calci, nessuno vuole più calciare. Sogni bloccati  in attesa di un riscatto.                          
Based On Lies può certamente essere considerato un concept, pur non seguendo una narrazione lineare e cronologica ma avendo una uniformità nei temi trattati dove i meticolosi testi di Marco Diamantini, curatissimi nei dettagli, svolgono un compito senza dubbio significativo, grazie a piccole costruzioni cinematografiche che permettono però alle parole di avere una vita propria, lontane dalla musica, anche solo leggendole con l'aiuto delle traduzioni riportate nel libretto, vivacemente illustrato da Serena Riglietti.
Ma visto che stiamo parlando di una rock band attiva da circa quindici anni, che si è costruita una carriera con grande sforzo, impegno e passione, quello che ci interessa è la visione d'insieme che ne è uscita, l'unione con la musica, ancora una volta di gran qualità ed efficace. Oltre alle liriche e la voce di Marco Diamantini, c'è la chitarra del fratello Michele Diamantini, tesa e ficcante nei momenti più rock, come nella maestosità di Vampire , una delle migliori tracce del disco nel suo evocare infiniti e impalpabili spazi, o nell'avanzare da "Crazy Horse" di To Face A New Day, con l'assolo finale che ci fa capire a che livelli è approdata la sua bravura.
Ci sono le tastiere e il pianoforte dell'ultimo entrato in formazione, Alessio Raffaelli, che si ritagliano un ruolo importante lungo tutto il disco, entrando subito in circolo fin dall'apertura Breakaway , una prova di squadra (completano la formazione: il batterista Alan Giannini ed il bassista Alessandro Grazioli) d'impatto, compatta ed incisiva alla Heartbreakers, nella leggerezza vellutata suonata in punta di dita trasmessa dalla swingante  Based On Lies, o nell'elegante grigiore malinconico disegnato da On The Way Back Home.  
Le atmosfere da antico west di frontiera che avvolgono The Big Blow, il vecchio rock garage dall'andamento beat di Lost Inside, l'apparente e ingannevole solarità di Lover's Grave  e il rock'n'roll di Give Me Tom Waits non sono che alcune sfumature che i Cheap Wine danno al loro rock eterno, perchè ormai privo di punti di riferimento e divenuto, col tempo, sempre più personale e riconoscibile, muovendosi ancora fieramente nell'underground indipendente del rock italiano.      
Il desolante folk finale di The Stone ci lascia ai nostri sogni, tracciando un quadro ancora dalle tinte grigio scure. Aspettando quel calcio che smuova e faccia rotolare nuovamente quella pietra dalla parte giusta. Oltre il limbo, verso la luce.
Based On lies è un disco a carburazione lenta, quasi cullante, che riesce a penetrare grazie alle improvvise scosse elettriche e alle liriche scure, a volte fin troppo pessimistiche, ma che sanno graffiare e toccare i "giusti" nervi scoperti.







domenica 11 novembre 2012

RECENSIONE:GARY MOORE(Legacy)

GARY MOORE  Legacy (2 CD, Music Club Deluxe, 2012)

Se dovesse capitarvi di far visita al piccolo e anonimo cimitero del villaggio poco distante da Brighton, dove è tumulata la salma del povero Gary Moore e non riuscire a trovare la sua lapide, non disperate, è solo il destino che continua a perseguitare il buon chitarrista di Belfast. Lo stato di abbandono in cui versa la sua tomba a nemmeno due anni dalla morte corrisponde un po' al dimenticatoio in cui la sua carriera è stata riposta negli ultimi anni di attività.
Un chitarrista che ha dovuto spesso lottare con la critica. Nonostante tutto, la sua influenza in tanti chitarristi delle ultime generazioni è palese e dichiarata, e la sua incendiaria Les Paul un segno indelebile lo ha lasciato: sia quando ha  preferito le cromature scintillanti, dure e pesanti dell'hard rock, sia quando ha iniziato la straordinaria e personale rilettura del blues, dove irruenza e brillantezza sposavano le atmosfere calde, romantiche e notturne delle anime perse, trovando i puristi del genere affacciati alla finestra con l'indice puntato.
In una intervista di qualche anno fa, rilasciata a Brian D. Holland per promuovere il suo disco Close As You Get, Gary Moore spiegò quel particolare momento della sua carriera in cui vi fu il passaggio dal rock al blues concretizzatosi con l'uscita di Still Got The Blues (1991). Un passaggio fondamentale che segnò gli ultimi vent'anni della sua carriera, e che, sul momento, destabilizzò anche molti suoi fan che iniziarono a chiedersi: "Qual'è il vero Gary Moore?". Quello che duetta con il malefico Ozzy Osbourne o quello che intreccia la chitarra con B.B. King? 
Il vero Gary Moore è quello che potete ascoltare in questa raccolta -non totalmente esaustiva in verità- che esce per la Music Club Deluxe: un musicista completo prima ancora che chitarrista, un lavoratore umile, silenzioso e instancabile della sei corde che seppe iniziare dal fuoco del blues, alimentato dalla sua grande passione per Peter Green dei Fleetwod Mac- che non mancò mai di citare durante la sua carriera- e Jimi Hendrix (fresco di uscita anche il CD/DVD "Blues For Jimi" concerto del 2007 in cui Moore omaggiò il maestro) , per poi passare gli anni settanta suonando partiture più complesse di jazz/prog e hard rock insieme a gruppi come Skid Row, Colosseum II e Thin Lizzy, fino ad arrivare a costruirsi una carriera solista partita con l'Hard Rock a tinte Heavy, per arrivare al ritorno a casa con il Blues che lo ha accompagnato fino alla prematura morte per arresto cardiaco (dannato alcol), avvenuta il 6 Febbraio del 2011 mentre si trovava in Spagna per alcuni concerti.
La raccolta comprende 2 CD per un totale di  32 canzoni, prendendo in considerazione la sua carriera dal 1980 fino al 1997, presumo per motivi di contratti discografici, lasciando così scoperti gli ultimi quindici anni di musica, in cui il suo ritorno al blues si rafforzò ulteriormente e gli ultimi due dischi Close As You Get e Bad For You Baby sono lì a testimoniarlo per chi ha voglia di riscoprirli. Ma anche gli estemporanei progetti BBM con Ginger Baker e Jack Bruce, sorta di nuova incarnazione dei Cream passato molto in sordina e il più moderno ma aprezzabile progetto denominato SCARS in compagnia del bassista Cass Lewis (Skunk Anansie) e del batterista Darrin Mooney, non trovano posto qui, ed è un peccato. 
Comunque una buona occasione per ripassare le tappe fondamentali di Gary Moore solista. Dai momenti più Hard e Heavy di dischi come Corridors Of Power-1982 ( Wishing Well, I Can't Wait Until Tomorrow, Rockin' Every night) e Victims Of The Future-1983 (Hold On To love,Empty Rooms, Shapes Of Things To Come), arrivando ai dischi della maturità di metà anni ottanta, Run For Cover-1985 (Out In The Fields, Military Man), After The War-1989 (After The War), il suo piccolo capolavoro di composizione Wild Frontier-1987 (Friday On My Mind, The Loner, Over The Hills And Far Away, Wild Frontier, Take A little Time, Thunder Rising) in cui tentò la commistione tra rock e le tradizioni musicali irlandesi fino ad arrivare alla nuova svolta Blues dei primi anni novanta, qui rappresentata dal botto commerciale di Still Got The Blues-1990Oh Pretty Woman, Still Got The Blues, Too Tired, Walking By Myself) e Afterhours-1992 (Ready For Love, Cold Day In Hell, Story Of The Blues, Separate Ways, Since I Met You Baby) e dal più sperimentale, moderno e meno riuscito Dark Days in Paradise -1997(Dark Days in Paradise, Burning In Our Hearts). La raccolta si ferma qui, non prima di aver ascoltato le numerose e prestigiose collaborazioni sparse nelle canzoni: con Albert Collins, BB King, Albert King e il fraterno amico Phil Lynott tra i tanti e alcuni estratti live come White Knuckles, Nuclear Attack, la monumentale e romantica Parisienne Walkways e la rara Beasts Of Burden, traccia strumentale del 1997.
Aspettando l'uscita di un box che racchiuda tutta la sua "sostanziosa"carriera, magari arricchito con qualche bel inedito, devo confessarvi che, da alcuni anni, vivevo l'attesa delle sue uscite in modo appassionato e quasi maniacale. Era diventata una piacevole abitudine, trasformatasi in rammarico quando mancai il suo ultimo concerto italiano a Milano nel 2010 all'interno del Milano Jazzin' Festival. Ho iniziato ad affezionarmi a Moore troppo tardi, però lui ci ha lasciato veramente troppo presto.

sabato 10 novembre 2012

RECENSIONE/LIVE Report: THERAPY? live@Rock'n'Roll Arena, Romagnano Sesia (NO) 9 Novembre 2012

Alla domanda: quale gruppo rappresenta al meglio la scena rock alternativa europea degli anni novanta? Non avrei dubbi, nel rispondere: Therapy?
Una band che, a parte un paio di stagioni trascorse con tutti gli onori e gli oneri della cronaca (il biennio 1994-1995), non ha mai raccolto tutto quello che avrebbe meritato in popolarità. Oggi, però, a differenza di tanti altri compagni di viaggio persi per le tortuose strade degli anni trascorsi o magari alle prese con improbabili reunion, sono ancora qui a girare per i palchi di tutto il mondo, anche piccoli come stasera, guidati dalla inseparabile coppia-unita saldamente da una vera e palpabile amicizia- formata da  Andy Cairns e Michael McKeegan, a proporre la loro carriera in musica che non si è mai fermata di fronte a nulla: più forti dei cambi di formazione (batteristi che vanno e vengono, formazione a tre che diventa a quattro e poi di nuovo trio), mode musicali passeggere, attentati e crisi economiche mondiali incluse. Una certezza, tanto che il punto interrogativo alla fine del loro nome andrebbe trasformato in esclamativo e sottolineato in neretto.
Uno di quei gruppi a cui ti affezioni in giovane età e che non molli più, seguendo fedelmente la loro bizzarra vena creativa che si contorce come una montagna russa senza mai fine. Una band che avrebbe potuto costruire una carriera su hits come Nowhere , Screamager o Stories e che invece ha proseguito a testa bassa, andando spesso incontro alla cieca critica che li dava per morti quando invece di continuare a sfornare singoli, si avventurarono in percorsi musicali più ostici e meno immediati, voltando lo sguardo a ritroso verso i loro esordi industrial/noise rumoristi, scatenando pure le ire delle loro case discografiche.
Benvenuti quindi nella Church Of Noise.
Una serata, aperta dai due gruppi italiani Eva's Milk e Malastrana, che si preannuncia lunga e calda in contrapposizione al tempo da lupi lasciato fuori dal sempre accogliente Rock'n'Roll Arena di Romagnano Sesia che con il passare dei minuti si affolla sempre più, di nostalgici degli anni '90 e da chi, finalmente, dopo tanti anni riesce a vederli.
Dopo un soundcheck che sembra non finire più ad opera di due simpaticissimi roadie, uno dei quali si scoprirà essere il "quarto Therapy?" impiegato alla seconda chitarra e cori, gli elegantissimi Therapy?, vestiti da gran galà serale o meglio da impiegati irlandesi in pausa pranzo al pub sottocasa con tanto di camicia bianca, abito scuro e cravatta, salgono sul palco, permettendosi di aprire il set con una cover: quella Isolation dei Joy Division, estrapolata dal loro imprescindibile ed inarrivabile album Toublegum (circa un milione di copie vendute nel mondo)  che rimarrà il più saccheggiato della serata insieme all'ultimo A Brief Crack Of Light, ben rappresentato dal vizioso singolo Living In The Shadow Of a Terrible Thing, dalla "pestona" e pesante Why Turbulance? e dal noise disordinato di The Buzzing.

Nonostante i 23 anni di carriera, poco sembra essere mutato nell'approccio dei nord irlandesi: il bassista Michael McKeegan rimane l'instancabile aizzatore di folla e saltellante molla umana durante le intere due ore di concerto, mentre Andy Cairns si prodiga a voce e chitarra ma soprattutto ad incitare il pubblico con la perdonabile storpiatura del nome del paese ospitante che da Romagnano, diventa il mantra infinito "Romagnana" e raccontando della partita di football disputatasi nel pomeriggio contro lo staff del locale e presumibilmente persa in malo modo, mentre il piccolo Neil Cooper dietro alla sua batteria batte i suoi colpi con potenza, precisione ed una certa eleganza. 
I Therapy? sanno districarsi all'interno del pianeta musica con grandissimo mestiere. 360 gradi girati in poco meno di due ore, avendo sempre qualcosa da dire insieme all'energia e la compattezza esecutiva, sia che lo facciano in modo scherzoso ed ironico o più seriamente come in Die Laughing dedicata a Kurt Cobain. La dimensione live è la più adatta per entrare, in poco tempo, dentro al loro mondo dove con cinica ed irriverente critica giudicano la società, le inquietudini esistenziali e sentimentali, mascherando le loro invettive anche dietro a canzoni dal forte accento melodico come Stories e Misery. Ma quello che stupisce di più è la loquacità, il buon umore, l' immutata voglia di divertirsi e far divertire, di giocare con la musica come ragazzini, come quando dentro ad una versione rockeggiante di Diane, cover degli Husker Du contenuta nel loro famosissimo e altro vendutissimo album Infernal Love(1995), ci infilano Hey Hey, My My di Neil Young. "Rock And Roll can never die" verrebbe da dire.
Ma il bello arriva nel tumultuoso finale. Il pubblico inizia ad agitarsi, le prime file tremano e ballano sotto i colpi della vecchia Nausea, della immancabile Screamager, di una "punkettona" Where Eagles Dare dei Misfits, non in scaletta e piazzata all'ultimo momento prima di quella Nowhere che qualcuno ha iniziato ad invocare da inizio concerto, beccandosi pure i rimbrotti di Cairns :"Hey, ne abbiamo tante altre prima!"
Tutto finito? Macchè. Prima, il sentito ringraziamento al pubblico, vera spina dorsale della band e poi ci regalano una terremotante Potato Junkie (con inserti di I Wanna Be Your Dog degli Stooges), ripescata dal loro vecchissimo EP Pleasure Death (1992) e ci contagiano il ritorno verso casa con i proverbiali versi:  "James Joyce is fucking my sister".
Il miglior augurio che potreste fare ad una band in erba? Di seguire l'esempio e la sincera attitudine dei Therapy!...con il punto esclamativo! Mi raccomando!
E se non ci credete ancora, leggete cosa disse Henry Rollins, non l'ultimo arrivato come il sottoscritto, presentando un loro DVD Live:
"Il mio primo incontro con i Therapy? fu nell'estate del 1994, girammo insieme a loro durante molti spettacoli in giro per l'America. Insieme ai membri della mia band diventammo subito fan della band e della loro musica...".
Quindi se ancora non li conoscete, rimediate. Da quel 1994 non sono poi cambiati di molto. Forse migliorati? Anzi, migliorati! 
SETLIST: Isolation/Turn/Living In The Shadow Of A Terrible Thing/Ghost Trio/Why Turbulance?/Teethgrinder/Die Laughing/Bad Mother/The Buzzing/Unbeliever/Misery/Exiles/Get Your Dead Hand Off My Shoulder/Before You,With You,After You/Stop It You're Killing Me/Stories/Diane (incl.Hey Hey, My My)/Little Tongues First/Sister/Nausea/Screamager/Where Eagles Dare/Nowhere/Potato Junkie (incl.I Wanna Be Your Dog)

venerdì 9 novembre 2012

RECENSIONE: RUSTED PEARLS & THE FANCY FREE(Roadsigns)

RUSTED PEARLS & THE FANCY FREE  Roadsigns  (EP,autoproduzione, 2012)

Il Friuli è da sempre una generosa e accogliente terra di confine, ma anche di tosti ed intraprendenti emigranti, che sa essere prodigo anche quando deve calare i suoi assi del rock. Non a caso da Udine arrivano i già affermati W.I.N.D. di Fabio Drusin, una delle migliori realtà hard/blues europee. 
I Rusted Pearls & The Fancy Free con il loro primo EP Roadsigns vogliono cavalcare l'identità esplorativa del popolo friulano e le strade musicali percorse dai già citati W.i.n.d.
Le sei canzoni guardano ad un altra terra di confine molto lontana: a quel sud degli States che negli anni settanta ci regalò il meglio di sè con il southern rock, riuscendo a fondere in modo perfetto  mondi musicali solo in apparenza distanti come blues, soul, rock e country.
Il gruppo che nasce a Udine dopo i progetti solisti di alcuni membri, passa ad una prima incarnazione a nome Skins, trovando solamente di recente l'assetto ideale. L'amore per il southern rock esce con prepotenza dalle prime due tracce Free e Roadsings and White Lines, dove le chitarre duellanti di Dario Snidaro (anche voce) e Andrea Mauro sono in grande evidenza ma estremamente caratterizzanti lungo tutto il disco, come la compatta base ritmica (Marco Fabro al basso e Massimo Mattiussi alla batteria). I Rusted Pearls riescono a mettere sul piatto tante altre influenze: dallo street/hard rock ottantiano in Rusted Pearls con una melodia accattivante e memorizzabile, al buon compromesso tra l'hard/rock del passato e la pesantezza moderna di Home con una bella accelerazione nel finale. Il tutto prodotto da Riccardo Asquini, che è riuscito a mantenere su disco il suono tosto e live che credo sia il vero punto di forza di questi ragazzi.
foto by Alice B.L. Durigatto
Ma c'è anche un'anima nascosta, più blues e soul, quando le chitarre smettono di ruggire ed i ritmi calano di intensità, come nella conclusiva Precious con le voce femminile di Sarah del Medico e l'hammond di Alberto Pezzetta che mi ha ricordato oltre ai Black Crowes di metà carriera, anche il bello e sempre dimenticato Native Tongue dei Poison, era Richie Kotzen, e una vena quasi cantautorale, frutto evidente delle passate esperienze in Chilly Girl, con il pianoforte a guidare ed una sorpresa (quasi) noise nel finale.
Un disco, che nei suoi soli 26 minuti di durata, mette molta carne al fuoco ma soprattutto vuole essere l'anticamera a qualcosa di più professionale che, ne sono sicuro, arriverà molto presto.










mercoledì 7 novembre 2012

RECENSIONE: JAMEY JOHNSON (Living For A Song-A Tribute To Hank Cochran)

JAMEY JOHNSON  Living For A Song-A Tribute To Hank Cochran  ( Mercury Records, 2012)

Quando il 15 Luglio del 2010, all'età di 74 anni, Hank Cochran passò a miglior vita dopo aver lottato contro un cancro al pancreas, solo poche ore prima, Jamey Johnson insieme a pochi altri amici vegliò sul suo letto di ospedale, cantando e suonando le sue canzoni, le stesse che dopo due anni decide di registrare e mettere su disco insieme ad una parata di stelle della country music americana.

Hank Cochran

Hank Cochran stesso, fu uno dei più grandi cantautori e songwriters americani di country music. Sopravvissuto ad una infanzia difficile, segnata da una precoce sfilza di malattie, dal divorzio dei genitori in giovanissima età e dall'esperienza dell'orfanotrofio che finirono per influenzare pesantemente le liriche delle sue future canzoni, spingendolo ad avvicinarsi anche alla fede. Poi, tanti piccoli e faticosi lavori fino ad incrociare la vita del suo omonimo e sfortunato collega Eddie Cochran. I due, pur non avendo nessuna relazione di parentela, formarono i Cochran Brothers che però ebbero vita brevissima; mentre Eddie cerca di contendere a Elvis lo scettro del rock'n'roll ma trovando la morte a soli 22 anni dopo un terribile incidente automobilistico, Hank aspetta il suo riscatto di vita che arriverà a 24 anni con il trasferimento a Nashville, iniziando a mettere a frutto tutti gli insegnamenti musicali appresi dallo zio, e scrivendo i primi successi country, che con il tempo diventeranno dei classici interpretati da Patsy Cline, Elvis Presley, George Strait, Ray Price, Merle Haggard e moltissimi altri, tanto da rendere impossibile il passaggio per Nashville senza incontrare il suo nome nei credits di qualche canzone."Quando inizi a parlare di songwriters, il suo nome è il primo che devi fare" dice Willie Nelson
Oggi è arrivato il tempo del sentito omaggio.
A pensarci è Jamey Johnson, trentasettenne cantautore country dell'Alabama con all'attivo altri quattro album, l'ultimo fu The Guitar song del 2010. Tra le nuove star del genere, Johnson è forse quello che maggiormente si avvicina al songwriting classico di Cochran, tanto che tra i due, pochi anni prima della morte, nacque una intensa e profonda amicizia fatta di rispetto reciproco che fu da preambolo a questo tributo. Johnson mantiene quell'aurea da vecchio e classico country che anima quasi tutte le canzoni, mettendo a disposizione la sua profonda e baritonale voce per i duetti presenti in quindici canzoni su sedici (Would These Arms Be in Your Way è l'unica cantata in solitaria). Passa così in rassegna tutta la carriera di Cochran da I Fall To Pieces del 1960, portata al successo da Patsy Cline, e qui cantata insieme a Merle Haggard, fino alla commovente esecuzione di Living For A Song del 2003 che riunisce insieme lo stesso Hank Cochran con Willie Nelson, Kris Kristofferson e Merle Haggard. Un poker di assi.
Tra le melodie sognanti di lap steel, archi e pianoforte, riscopriamo la famosa e cullante melodia di Make The World Go Away  insieme a Alison Krauss, Don't Touch Me con l'inconfondibile voce d'angelo di Emmylou Harris, la nostalgica She'll Be Back con Elvis Costello, fino al duetto con due stelle americane di prima grandezza come in Don't You Ever Get Tired Of Hurting Me con Willie Nelson e Love Makes A Fool Of Us All con Kris Kristofferson.
Ma anche up-tempo guidati dal violino come A Way To Survive  con Leon Russell e Vince Gill, ballroom song come I Don't do Windows con Ray Benson and Asleep At The Wheel, e southern rock più pimpanti e chitarristici come The Eagle con George Strait.
E ancora tanti altri ospiti come il vecchio amico Ray Price,  Bobby Bare, Lee Ann Womack e Ronnie Dunn.
Un disco caldo e rassicurante che trasuda sincera commozione e devozione, amplificata dal fatto che tutti i cantanti coinvolti, chi più chi meno, sono entrati in contatto direttamente con la musica di Hank Cochran. Un plauso quindi a Johnson che è riuscito a convogliare l'attenzione solamente sulle canzoni, nonostante il disco esca a suo nome e sia pieno di stars.
Nelle note conclusive del libretto, Suzi, l'ultima delle tante mogli di Cochran scrive:"Vorrei che Hank fosse ancora qui a vedere, non ci crederebbe, avrebbe pianto. Sarebbe felice. E' esattamente quello che Hank avrebbe fatto". Un buon modo per riscoprire un autore che già nel lontano 1974 a soli 39 anni entrò nella leggendaria Hall of Hame dei songwriters di Nashville.



domenica 4 novembre 2012

RECENSIONE: AEROSMITH (Music From Another Dimension!)

AEROSMITH  Music From Another Dimension! (Columbia Records, 2012)

La rovinosa caduta dal palco di Steven Tyler avvenuta nel South Dakota nel 2009 è quanto di più lontano si possa accostare all'immagine in bilico tra bravi ragazzi sbarbati e le cattive rock'n'roll star lungocrinite sospese in alto tra le nuvole, come apparvero nella copertina del loro disco d'esordio nel 1973. La parabola degli Aerosmith da Boston è però stata, a ben vedere, sempre costellata da picchi e rovinosi baratri umani e artistici. Le ultime poco incoraggianti istantanee di cronaca (vera) che arrivavano dall'universo Aerosmith erano pressochè simili, con Tyler sempre sfortunato protagonista: di un altra caduta, dalla doccia stavolta e vittima delle voci sulla sua estromissione dal gruppo, presto rientrate, nonchè chiacchierato giudice di un programma televisivo come American Idol, poco vicino all'icona di quello che qualche anno fa era considerato la metà di un duo soprannominato gemelli tossici.
"Non eravamo troppo ambiziosi quando abbiamo iniziato. Volevamo solo essere la più grande cosa che abbia mai camminato sul pianeta, la più grande rock'n'roll band di sempre.Volevamo solamente tutto" Steven Tyler.
Determinati lo sono sempre stati però: hanno avuto tutto, l'hanno perso, l'hanno riottenuto e non importa come. La loro ultima rinascita artistica è figlia della Mtv generation, anche se Just Push Play(2001) ha rappresentato il punto più basso e stanco della loro carriera artistica e fare di peggio sarebbe stato impossibile, mentre l'ultimo disco uscito, il bello Honkin' on Bobo, lasciava intravedere un riavvicinamento al blues grazie a belle e convincenti riproposizioni di classici del genere legati ai loro esordi. 
Music From Another Dimension era quindi un punto interrogativo che ha fluttuato nell'aria per ben otto anni. Il singolo Legendary Child, presentato in primavera cercava di dare una risposta. Un ritorno alle radici hard/blues dei '70 (anche il produttore Jack Douglas è stato riesumato da quegli anni)  che incoraggiava, trovando conferma solamente in minima parte durante l'ascolto di tutto il disco che rappresenta bensì una summa di tutta la loro carriera. Una raccolta di canzoni un po' sconclusionata e lunga (15 canzoni per un totale di 68 minuti) che purtroppo lascia trasparire ancora una stanchezza di fondo-chiamiamola così- alimentata dalla presenza massiccia (Tell Me, la poco incisiva What Could Have Been Love, la stucchevole Can't Stop Lovin' You in duetto con Carry Underwood, We All Fall Down, Closer, la bella, pianistica e conclusiva Another Last Goodbye) di quelle ballads che sanno diventare epiche se rappresentano l'eccezione nel mucchio ma che rischiano di affossare un disco rock quando costituiscono quasi la metà della tracklist, sopprattutto se poco ispirate e odoranti di routine. Insomma, Dream On, suonata pochi giorni fa per le vittime dell'uragano Sandy durante una trasmissione televisiva e Home Tonight rimangono uniche e l'easy listening che abbonda, rinsaldando la collaborazione con songwriters di eccezione come Desmond Child, Diane Warren e Marti Frederiksen non giova troppo ad un disco lanciato sul mercato con proclami che annunciavano un ritorno al passato.
E dire che il resto convince. Già l'inizio sembra veramente incoraggiante grazie ad una doppietta hard rock: Luv xxx con l'ospite Julian Lennon ai cori, e la stonesiana e soul Oh Yeah in cui la longeva band bostoniana (quarant'anni con la stessa identica formazione non è da tutti, escludendo qualche scaramuccia nei primi anni '80) dimostra ancora di saper graffiare se non proprio come ai tempi di Rocks, almeno come ai tempi della rinascita di Permanent Vacation (1987) e Pump(1989), con la chitarra di Joe Perry in bella mostra e la voce di Tyler ancora viva e sfacciata, nonostante tutto, e la prova da crooner nella ballad Another Last Goodbye lo dimostra. C'è perfino una Beautiful, che rivendica la paternità del genere crossover tra rock/rap a suo tempo tenuto a battesimo con quella Walk This Way entrata di diritto nella teca dei classiconi rock e un trascinante boogie nero come Out Go The Lights. 
Poi, alcune piacevoli gemme di rock'n'roll come la combattiva ed anarchica Street Fighter cantata da Perry (che nel frattempo ha fatto uscire il suo discreto disco omonimo nel 2005) con Johnny Depp che lascia il segno ai cori pure qui-impercettibile in verità-, dopo aver presenziato sull'ultimo disco di Patti Smith, o l'urgenza di Lover Alot con il basso incisivo di Tom Hamilton a guidare le danze, ma soprattutto nella miglior traccia del disco Street Jesus che sembra uscire direttamente dai loro capolavori Toys in The Attic e  Rocks con le chitarre di Joe Perry e Brad Whitford sugli scudi, libere di inseguirsi in veloci accelerazioni proprio come allora (Rats in the Cellar docet), o ancora il blues acido e chitarristico di Something.
Un disco che cerca di accontentare tutte le categorie dei loro fan, gli eterni nostalgici del periodo "Toxic Twins" con alcuni rimandi ben studiati e chi, i più giovani, ha conosciuto gli Aerosmith attraverso i video di Pink o I Don't Want To Miss A Thing. Io rimango un nostalgico ed ingenuo che ha creduto ancora una volta alle roboante campagna pubblicitaria che strombazzava il ritorno agli anni settanta. Un disco che riscatta l'ultimo Just Push Play ma che rimane ancora senz'anima e identità propria, continuando a ripetere quella formula da "greatest hits" che li accompagna da Get A Grip in avanti. Dopo Honkin' On Bobo credevo che il maturo blues si fosse rimpossessato di loro come in gioventù, invece fu un colpo improvviso e isolato di nostalgia. La stessa che ho io, ora. VOTO 6,5