sabato 28 aprile 2012

RECENSIONE: EUROPE ( Bag Of Bones )

EUROPE Bag Of Bones ( earMusic/EDEL, 2012)

Con Bag Of Bones, gli svedesi Europe confermano quanto il loro ritorno nel 2004 ( a tredici anni dallo scioglimento), con il sorprendente Start From The Dark, non fu il classico fuoco di paglia di una reunion estemporanea, ma una dichiarazione e dimostrazione di grande carattere artistico, crescita ed il primo mattoncino verso un nuovo futuro ed una seconda parte di carriera che sta raggiungendo e superando la longevità della prima. Togliersi di dosso certi stereotipi che giravano negli anni ottanta e che li hanno accompagnati per lunghi anni, non è stata impresa facile, ma alla fine, bisogna darne atto: ci sono riusciti, eccome. E qui, devo aprire una parentesi per tutti quelli che ancora adesso (mi)si chiedono con quel sorriso malizioso: ma esistono ancora? Quelli di The Final Countdown? La risposta è sì, e sono dannatamente e diversamente meglio di allora. Il ritorno di John Norum, uno che ebbe il coraggio di lasciare il gruppo nel momento di maggior successo, immediatamente dopo The Final Countdown, per percorrere la sua strada di musicista lontano dalla ribalta, ha spostato la loro musica verso quell'hard-heavy/blues suonato con  quella freschezza moderna (non modaiola) che li rende, ad oggi, tra i migliori gruppi del genere e della loro generazione. Tanto da presupporre che la lunga pausa abbia portato solamente giovamenti e benefici.
Bag Of Bones, prodotto dal sudafricano Kevin Shirley ( Rush, Joe Bonamassa, Black Country Communion, Journey, Iron Maiden, Black Crowes, tra i tanti...), per il sottoscritto è nettamente migliore del già ottimo suo predecessore Last Look At Eden(2009), e può tranquillamente considerarsi tra i migliori lavori in carriera degli svedesi (anche se continuo ad adorare il sempre dimenticato Prisoners in Paradise-1991).
L'ispirazione bluesy e sporca della chitarra di Norum ( spesso sottovalutato,ma autore di ottimi dischi solisti) e i suoi numerosi ed ispirati assoli, sparsi lungo tutto il disco, sono la marcia in più degli Europe di oggi. Lo si prova subito, ascoltando la veloce opener Riches to Rags; nel primo singolo Not Supposed to Sing the Blues con il  testo autobiografico e dichiarativo di Tempest, e la presenza di tutte le sfumature musicali che potete trovare nella band odierna; nella stupenda title track dove la gradita presenza dell'ospite Joe Bonamassa alla slide guitar fa la differenza, il masterpiece del disco che ondeggia tra le parti lente ed acustiche e le esplosioni elettriche. Mai come in questo disco gli Europe costruiscono canzoni complesse e stratificate. Le tastiere di Mic Michaeli si ritagliano i propri spazi come in Firebox, roccioso hard '70, non lontano da quanto proposto dalla superband Black Country Communion, con quel sapore orientale dato dal sitar nell'intermezzo centrale, che sa tanto di Led Zeppelin, così come potrebbero ricordare Plant e Page, i due minuti dell'acustica ed unplugged Drink and A Smile, buon lascito della bella esperienza fatta con il tour e conseguente disco Almost Unplugged(2008).
Joey Tempest è sempre stato un signor cantante, cresciuto e devoto agli anni settanta di UFO, Whitesnake, Thin Lizzy e Led Zeppelin ma che non ha avuto paura ad intraprendere nuove strade legate al folk/rock americano, durante la pausa della band. Esperienza servita per far uscire nuovi timbri dalla sua voce. Ascoltare Drink and  A Smile e My Woman My Friend
Tra i pesanti riff di Mercy You Mercy Me in stile Black Label Society, dove Norum non nasconde tutta la sua ammirazione, dichiarata, per il chitarrismo di Zakk Wylde, hard/southern rocciosi (Doghouse) con la sezione ritmica sempre all'altezza guidata da Ian Haugland alla batteria e  John Leven al basso, e canzoni dirette come Demon Head, spuntano il breve intermezzo sinfonico guidato dall'hammond di Requiem, l'oscura e pianistica My Woman My Friend e  la finale ballad Bring It All Home, l'episodio più melodico e gigione del disco, ma costruita con grande classe (nell'edizione giapponese da notare la presenza di una bonus track, l'incalzante e hard Beautiful Disaster ).
Gli Europe con Bag Of Bones si avvicinano ancor di più al calore dell'hard/ blues settantiano (bella ed esemplificativa la cover), che è sempre stato nelle loro corde di musicisti, ma che solo ora sta uscendo in modo naturale e stupefacente. Mai così vicini alle radici degli anni '70, rivisti in chiave moderna e personale da cinque musicisti che si stanno riprendendo la loro rivincita sulla critica, senza rinnegare completamente il loro passato ma soprattutto senza portare in giro pacchiani e pesanti ricordi dei tempi andati, come molte formazioni coetanee tendono a fare. Nulla da buttare in Bag Of Bones.
Ascoltate e, per piacere, toglietevi quel sorrisetto quando sentite nominare il loro nome. Loro sono cresciuti e maturati. Voi?
 

vedi anche RECENSIONE: BLACK COUNTRY COMMUNION-2

giovedì 26 aprile 2012

RECENSIONE: TRAMPLED BY TURTLES ( Stars And Satellites )

TRAMPLED BY TURTLES Stars And Satellites ( Banjodad Records, 2012)

Quando il buon Neil Young vuole suonare rock pesante e veloce, depone violini, banjo e mandolini, chiama a raccolta i suoi Crazy Horse, attacca i jacks delle chitarre elettriche e parte. Ora immaginate una band che di posare i propri strumenti della tradizione non ci pensa nemmeno sotto tortura. I Trampled By Turtles suonano veloci e diretti, evocativi e country, usando i medesimi strumenti musicali, seppur il nuovo Stars and Satellites smorza i toni, rallenta i ritmi, diventando il loro disco più introspettivo, maturo e personale.
Nati nel 2003 a Duluth nel Minnesota, Stars And Satellites è il sesto disco e succede a Palomino, uscito nel 2010, lavoro che li ha spinti verso un crescendo di successi in patria, stazionando per 52 settimane nella top 10 delle classifiche dedicate al genere bluegrass.
Ma il loro è un alt-bluegrass che sa essere fast and furios (qualcuno è riuscito ad appiccicarci sopra il terminne thrash grass), frutto delle passate esperienze nel punk dei membri della band, ma anche più tradizionale, quando a prevalere sono le immagini evocative e i ritmi lenti come proposto in questa nuova raccolta di undici canzoni. I Trumpled By Turtles cercano altre strade.
Registrato nella loro terra, quasi in presa diretta, in una casa immersa nel verde denominata Soleil Pines sulle rive del Lake Superior, il disco risente di tutta la rilassatezza accumulata in un posto lontano dagli stress, cercato e voluto appositamente. I risultati si sentono immediatamente dall'iniziale e notturna Midnight on the Interstate, così lontana dall'urgenza espressiva della nervosa Wait So Long che apriva il precedente disco e dal primo singolo Alone, desolata ed evocativa, che si impenna solamente nel finale. Così come in High Water che cerca nelle ombre la sua anima, condotta benissimo dal cantante, chitarrista e principale songwriter Dave Simonett. Widower's Heart, il folk di Keys To Paradise, il lentissimo walzer della finale e "younghiana" The Calm and The Crying Wind, Beautiful con la grevità del suo violoncello, giocano tutte dalla parte della meditazione, con liriche che si interrogano, in prevalenza, sul passare del tempo e su come, molto spesso, sia bello apprezzare la vita nelle sue semplicità naturali e quotidiane. Riflessioni di chi sta crescendo.
Chi rivuole la velocità dei dischi passati dovrà accontentarsi di Sorry, la strumentale Don't Look Down guidata dal banjo di Dave Caroll e dal violino suonato da Ryan Young (completano la formazione: Tim Saxhaug al basso e Erik Berry al mandolino), Walt Whitman che è una country song corale che aumenta di velocità con il violino ancora protagonista e in fuga, così come la velocità da treno in corsa dell' altra strumentale Risk che piacerà molto ai vecchi fans della band, con il complicato intreccio tra violino, banjo e mandolino lanciati e spediti. Ecco, se c'è una caratteristica che differenzia i Trumpled By Turtles dai tanti gruppi giovani che si stanno imponendo in questo genere (Mumford and Sons, Avett Brothers...), gli arrangiamenti e le splendide armonie sono un grande punto a favore.
Disco da grandi spazi, panorami stellati, guida lenta, meditativa e rilassata con l'imprevisto delle fast songs che potrebbero indurrre a schiacciare il pedale dell'acceleratore in modo improvviso e nei momenti meno opportuni.   

lunedì 23 aprile 2012

RECENSIONE: SAINT VITUS ( Lillie: F-65 )

SAINT VITUS Lillie:F-65 ( Season of Mist, 2012)

Dopo il ritorno dei Pentagram, l'anno scorso, questo 2012 vede un altro peso massimo del doom metal riunito. I Saint Vitus mancavano su disco dal lontano 1995, anno d'uscita di Die Healing inciso con il loro primo cantante Scott Reagers.
Lillie:F-65,che prende il nome da un barbiturico che sembra alleviasse la loro "giovane" vita negli anni settanta (nessun dubbio in proposito), vede il rientro al microfono del grande Scott "Wino" Weinrich (Obsessed e Spirit Caravan tra i suoi tanti progetti) che ritrova i suoi vecchi compagni, in particolar modo il chitarrista e vero deus-ex machina della band Dave Chandler, tratto distintivo del suono grazie alla sua chitarra, e uno dei pochi freakettoni, selvatici, veri e puri esistenti (il suo look è ancora qualcosa di fantastico alla vista). Reclutato il bravo Henry Vasquez  dietro alle pelli, in sostituzione dello scomparso Armando Acosta e con il basso saldamente in mano a Mark Adams, i Saint Vitus possono riprendersi in mano lo scettro che compete loro.
Abbandonate quasi totalmente le accelerazioni che distinguevano il loro doom-metal (stiamo pur sempre parlando di una band che divideva il palco con i Black Flag, nella Los Angeles dei primi anni ottanta), Lillie:F-65, in soli 35 minuti (durata in linea con i primissimi dischi) riesce ancora una volta a farci compiere un viaggio nella parte più oscura, spirituale e depressa dell'essere umano. Sette tracce che sanno bagnarsi nel dolore e disperazione, che diventano cinque, escludendo il breve interludio strumentale e arpeggiato di Vertigo e i tre minuti finali di Withdrawal, composti da feedback stordenti, liquidi e spiazzanti nel congedare l'ascoltatore.
Il disco si apre con Let Them Fall, canzone ben rappresentativa dello status attuale della band. The Bleeding Ground contiene un ottimo assolo e l'unica accelerazione del disco nella parte finale, oppressiva sinfonia della decadenza che trova il culmine nel lento, oscuro e tetro discendere di The Waste Of Time, con il gran lavoro del nuovo batterista Vasquez e con i riff di Chandler, da sempre il simbolo sonoro della filososia che si cala dietro al doom del gruppo, e nei sette minuti di Dependence, brano più lungo e contorto del disco, fuzz e psichedelia al rallentatore con una spirale centrale di feedback risucchiante e stordente che riparte per poi morire nel rumore della finale Withdrawal. Il punto più estremo del disco.
Episodio a sè, sembra essere Blessed Night, groove sulfureo in odor di Black Sabbath (non volevo nominarli, ma come si fa?) e vicina a certo Stoner dei primi anni novanta. Ma è un cane che si morde la coda.
I suoni non saranno più grezzi, abrasivi e malati come quelli del loro debutto; l'oscura, fumosa decadenza che li avvolgeva nel 1984, con Reagers alla voce è ormai impressa indelebilmente nelle rocce, preda(resistente) solamente dei più nefasti agenti atmosferici. Ora i tempi sono cambiati, ma i Saint Vitus rimangono quella macchina fosca e poco penetrabile che nell'anno 2012 li fa preferire ai tanti cloni sparsi per il mondo. Ancora bentornati, maestri "drogati" di Doom.

  


vedi anche RECENSIONE: PENTAGRAM-Last Rites (2011)

sabato 21 aprile 2012

RECENSIONE REPORT/live: MICHAEL KIWANUKA live@Magazzini Generali, Milano,21 Aprile 2012

Quando arrivo ai Magazzini Generali di Milano, l'atmosfera è già calda e il concerto presumo sia iniziato da almeno un quindicina di minuti. Ad aprire c'è stato Jake Bugg, giovanissimo folk-singer di Nottingham. A Michael Kiwanuka è bastata un 'ora di concerto per farmi convincere delle sue enormi qualità e non si è dovuto sforzare più di tanto, mettendo sul piatto il solo talento. Senza trucchi ed inganni. Kiwanuka è una piccola stella genuina, che dovrà ancora crescere e dare tante altre conferme per brillare come (forse) qualcuno vuole per lui (è il dubbio maggiore che avevo), ma che stasera ha confermato che l'aggettivo "vero" davanti al suo nome ci sta veramente bene.
Il suo approccio con il pubblico è ancora quello di chi ha appena iniziato una grande avventura che porterà lontano. Un feeling genuino ed estremamente umile.Vestito di una semplice maglietta a righe orizzontali, rilascia poche e timide parole: la presentazione dei brani e della band, una dedica al povero Levon Helm-batterista di The Band-scomparso proprio in giornata, qualche scambio di battutte con una ragazza prima del suo grande successo Home Again, e poco altro. La sua voce, tanto timida e appena sussurrata quando parla, si trasforma in matura e coinvolgente quando canta.  Ma nessuno, stasera è qui per sentirlo parlare.Il giovane Michael, che dal vivo sembra dimostrare ancor meno dei suoi ventiquattro anni, risparmia tutta la sua voce per le canzoni. Quello che speravo, si è avverato. Le canzoni, la voce, i suoni, gli strumenti basilari sopra al palco rendono giustizia a tutti gli Hype che gli circolano intorno. Tutta la perfezione, gli arrangiamenti ed i suoni che avvolgono il suo debutto Home Again (2012), dal vivo si svestono e si foderano di una nuova realtà, lasciando spazio anche a quelle umane imperfezioni che emanano tanto calore e positività. I cinque giovanissimi componenti della band (chitarra, basso, batteria, percussioni e tastiere) riescono a rivestire e colorare di funk canzoni, già ricche di loro, che toccano il soul, il pop, il jazz ed il folk, e il talento di Kiwanuka è palpabile quando parte una Home Again, accolta come fosse già un piccolo classico. Quando poi la band esce di scena e lascia i fari puntati solamente su di lui e la sua chitarra, la sua anima soul sembra amplificarsi e la purezza della sua voce penetrare maggiormente, facendo riaffiorare quelle ombre romantiche che pensavo di non avere più. Per chi, come me non ha vissuto l'epoca d'oro del soul, è un salto temporale mica da ridere. Il Soul è ancora vivo. Mi piace.
Tra Bones, Tell Me a Tale, I Won't Lie e una  I Don't Know, cover di Bill Withers, canzone che riesce a coinvolgere e far cantare il pubblico, il concerto si chiude (forse sul più bello) e a me come a tutti i presenti non rimane altro che augurare a Kiwanuka di calcare palchi più grandi in futuro, anche se la sua musica in questo contesto raccolto funziona a meraviglia. Si esce, consapevoli di aver visto la prima italiana di un talento che farà molta strada.
Sono le 22 e 30, il personale ci sta spazzando fuori con poca gentilezza. Fuori un'orda di ragazzini sta aspettando la riapertura del locale che si trasformerà in pochi minuti in una discoteca. Chissà se tra loro qualcuno è a conoscenza che, proprio lì dentro, ha suonato un ragazzo che alla loro età sognava già Marvin Gaye e Otis Redding?

SETLIST: I'll Get Along/I Need Your Company/Always Waiting/I'm Getting Ready/Tell Me a Tale/Worry Walks Beside Me/Bones/May This Be Love (Jimi Hendrix)/Any Day Will do Fine/I Won't Lie/Home Again/I Don't Know(Bill Whiters)/Lasan
 


  vedi anche RECENSIONE: MICHAEL KIWANUKA-Home Again (2012)

RECENSIONE: KILLING JOKE ( MMXII )

KILLING JOKE MMXII ( Spin-Farm, 2012)

Tanto tuonò che il fatidico 2012 è iniziato da ben quattro mesi. Jaz Coleman, profeta apocalittico di lunga data, ancora in cerca della location ideale di vita e bunker per ripararsi dall'imminente catastrofe, lontana dal caos frenetico della modernità esasperata ( ora, le cronache, lo danno accasato in Francia ), aspetta sornione gli accadimenti per poter dire: sono più di trentanni che ve lo stavo dicendo. Vi avevo avvertito in tempo.
Intanto fa uscire il quindicesimo album della sua creatura. Se a fine anno qualcosa succederà, speriamo che nulla travolga e spazzi via i Killing Joke, che da alcuni dischi hanno ritrovato la scintilla dei migliori tempi. Complice la reunion (Kevin”Geordie”Walker, Martin”Youth”Glover e Paul Ferguson) della storica formazione che sembra, ancora una volta, centrare il bersaglio, sempre a fuoco, salvo alcune (rare) cadute di tono ormai alle spalle ed una ritrovata ispirazione nata dopo la morte del compianto bassista Paul Raven. Se nel 1980 erano proiettati nel futuro, nel 2012 sono un monumento da preservare e difendere, rispettato, influente ma assolutamente ancora inimitabile.
Anche se poco cambia nella loro musica e nei loro testi, a loro è assolutamente permesso, la sensazione è sempre quella di essere davanti a chi avanti lo è sempre stato in tutti i sensi.
MMXII non si allontana di troppo da quanto proposto nel precedente Absolute Dissent (2010), se non per alcune puntate più marcate verso il periodo post-punk/New Wave degli anni ottanta. La ferocia velocità nelle chitarre di Geordie Walker in Corporate Elect, Primobile ma soprattutto In Cytheria e Trance che vedono un Coleman ritornare alla voce pulita e melodica, e i synth rimpossessarsi della scena, che diventa trascinante ed oscuramente danzereccia, dentro alle ripetute trame industrial.
Pole Shift si apre con la classica calma prima della tempesta sonora. Coleman, travestito da hippy postmoderno ci manda l'ennesimo messaggio: tutto si sta invertendo, i poli della terra per primi, siamo ancora in tempo per salvarci. Svegliamoci! Nove minuti di caos epico.
Prese di posizione antinucleari, rispetto della natura ( campagna a favore dei generatori di energia pulita), affossamento del capitalismo ed esaltazione della spiritualità rimangono gli argomenti preferiti di Coleman, argomenti che nel tempo sono divenuti un mantra instancabile, ripetitivo ma segnale assoluto di una continuità ed una attitutine reale. I ripetuti disastri ecologici e le cadute degli imperi "che contano" stanno dando ragione a chi, fino a qualche tempo fa, veniva bollato come pazzo.
I Killing Joke vogliono riprendersi la paternità di alcune sonorità che i figli prediletti estremizzarono negli anni novanta.
La pesantezza di una Fema Camp con le chitarre che girano pesanti e heavy intorno alle presunte notizie che danno imminente la costruzione di campi simil-concentramento negli States, la circolarità industriale di Rapture con la voce da orco/sermoniere a cantare lodi ad una liberazione da tutti i materialismi , la saltellante andatura di Colony Collapse che la segue e il pachiderma Glitch spazzano via tutte le ombre presenti nel loro cammino.
Fino ad arrivare ai tribalismi melodici di una On All Hallow's Eve: lenta discesa verso la morte e conseguente rinascita. E' il mondo-umanità migliore che cerca i giusti cambiamenti. Il momento tanto atteso sta per arrivare e la colonna sonora ci viene servita su un piatto d'argento dai Killing Joke. Loro ci credono ancora. Voi?


vedi anche: KILLING JOKE-Absolute Dissent(2010)




venerdì 20 aprile 2012

LEVON HELM: THE LAST WALTZ...un piccolo ricordo


Il Film /documentario The Last Waltz fu la mia prima school of rock. Ricordo ancora la videocassetta PHILIPS su cui registrai il film di Martin Scorsese, captato, chissà come e perché, da un canale Rai, quando la televisione pubblica trasmetteva ancora cose buone e utili. Registrato in modo del tutto inconsapevole, ignorandone il contenuto se non per aver letto da qualche parte che quel film doveva essere assolutamente visto, perché conteneva una grande parata di stelle della musica rock. Quelle cose che si leggevano nelle riviste TV che ti promettevano tante canzoni (?) e tanti sorrisi (?), in quei piccoli trafiletti sotto la foto della locandina, con tanto di stellette e giudizio dato da chissà chi.
Doveva essere l'ultimo concerto di un una delle più grandi Band della musica americana che paradossalmente era per quattro/quinti canadese. Il classico concerto d'addio. Finì per essere uno dei miei primi passi verso la musica di qualità, e mi piace immaginare, ma certamente lo sarà, che possa essere il primo passo di tanti altri adolescenti, allora, adesso, come in futuro. Un nuovo mondo che si apriva e che mai più troverà chiusura (quante cose ancora da imparare...).
The Last Waltz doveva essere una festa, ma ha sempre trasmesso quella velata malinconia /tristezza che già le prime note-Theme From The Last Waltz-promettevano e che Scorsese seppe evidenziare in modo perfetto con il montaggio.
Il più grande "addio" alla musica rock mai immortalato su pellicola. Il concerto/film che in un solo colpo ti metteva di fronte Neil Young, Joni Mitchell, Neil Diamond, Dr.John, Eric Clapton, Van Morrison, Muddy Waters, Ronnie Wood e tanti, tanti altri, riuniti a celebrare, duettare e ringraziare, come Bob Dylan che con The Band scrisse importanti pagine della sua carriera su disco e in tour. Esibizioni intervallate dalle confessioni dei componenti di The Band davanti alla telecamera di Scorsese, tralasciando la "polvere bianca" che si alzava dietro, a telecamere spente. Un pezzo di storia del rock che, nell'anno 1976, lasciava le scene dopo soli nove intensi anni di attività.
Quando le note di Theme from the Last Waltz si rimpossessano dello schermo, calano i titoli di coda e cala la malinconia. L'orchestra di inizio film non c'è più, il Winterland di San Francisco è vuoto, The Band è sopra quel palco che nel frattempo è diventato  piccino piccino. Garth Hudson suona l'organo a pompa dietro a tutti, gli altri da sinistra a destra sono: Richard Manuel al dobro, Rick Danko al contrabbasso e Robbie Robertson  all'arpa/chitarra.
Tra le tante stelle del rock che mi rimasero impresse, un personaggio ha sempre occupato un ricordo più vivido, fatto di quella simpatia che nasce a pelle, senza un perché che ne spieghi il motivo, e senza la voglia di cercare quel motivo se non, negli anni, imparare a conoscere l'artista, la sua storia, le sue opere a confermare quella prima impressione.
Aveva la barba, un sorriso contagioso e sincero, i capelli arruffati e rossicci. Suonava la batteria (ma anche chitarra e mandolino), allo stesso tempo cantava divinamente e aveva l'aspetto umile e "contadino" che l'altezzoso Robertson non possedeva. I due non sono mai andati d'accordo. L'ultimo ricordo? Ho comprato uno dei suoi ultimi dischi solisti nel 2009, Electric Dirt. Lo sto ascoltando ora. La copertina, da sola, sembra raccontare tutto il suo semplice mondo (e modo) di affrontare la vita. Splendido.
Il destino, in modo beffardo, ha cercato di zittire The Band, usando il tempo, la malattia ed i vizi come alleati. Le tre voci del gruppo si sono spente in successione: Richard Manuel nel 1986 suicida dopo anni di alcolismo, il cuore di Rick Danko nel 1999 ha smesso di battere improvvisamente, ora un terribile ed incurabile tumore alla gola ha abbassato il volume all'ultima voce.   
Quando i titoli di coda di The Last Waltz  finiscono la loro corsa, lì all'estrema destra di quel palco piccino, con un minuscolo mandolino in mano, c'è quel un quinto di parte americana del gruppo: LEVON HELM.
Perchè nessun destino beffardo potrà mai zittire la voce e la musica di un musicista. We Can Talk...about it now.

 

martedì 17 aprile 2012

RECENSIONE/REPORT live: TINARIWEN live@Hiroshima Mon Amour, Torino 14 Aprile 2012


La pioggia incessante su Torino è acqua preziosa (Aman Iman...acqua è vita, dicono loro) che innaffia la rossa sabbia del deserto che stasera si è depositata dentro all' Hiroshima Mon Amour, facendo crescere germogli di assoluta leggerezza e voglia di lasciarsi trascinare dal groove continuo che i Tinariwen sanno tenere lungo tutta la durata del concerto. Ma è anche lacrima che scende, pensando alla situazione che il Mali, loro terra d'origine, sta vivendo in queste ultime settimane. L'inasprirsi della tensione interna (notizia così lontana dai nostri telegiornali) ha indotto il leader della band Ibrahim Ag Alhabib a lasciare il tour e ritornare in patria per difendere l'indipendenza della propria famiglia e dei nomadi Tuareg (trattati con disprezzo). Questo per ribadire e rinforzare, per chi fosse ancora scettico, la nomea di "gruppo di guerriglieri" che si portano dietro da circa trent'anni. La musica è la loro arma, ma quando c'è il richiamo patriottico, le armi diventano altre e più pericolose.
La sua assenza è stata però indolore e nessuno stasera si è accorto di nulla, in quanto i Tinariwen sono una band assolutamente democratica, dove ogni membro sa ritagliarsi il proprio spazio alla voce e alternandosi a chitarra e basso, sostenuti dalle percussioni, motore primitivo e folkloristico, in mezzo alla strumentazione elettrica (questa sera si presentano in formazione a cinque).


Ad aprire, i torinesi Cletus, che in mezz'ora di tempo a disposizione, portano la temperatura ai gradi adatti ad un gruppo come i Tinariwen. Il loro minimalismo sonoro, assolutamente strumentale, tra loop elettronici e i ritmi incalzanti intrecciati da basso e chitarra elettrica, con i fiammeggianti battiti tenuti da batteria e percussioni raccoglie applausi e consensi meritati.
I Tinariwen salgono sul palco, recenti vincitori di un Grammy Award nella categoria World Music ottenuto dal loro ultimo disco Tassili(2011), uno dei dischi più freschi ed interessanti dell'anno trascorso; un disco acustico e primitivo, un ritorno alle lontane origini, ma poco indicativo di quello che il gruppo sa sprigionare on stage. Se Tassili era una lenta danza all'ombra di oasi sahariane, in compagnia di falò e tazze di tea, lo spettacolo live sa riportare la musica a quel blues elettrico ed ipnotico che dopo un inizio in cui artisti e pubblico si studiano a vicenda, dopo una manciata di brani conquista definitivamente.

Poco importa se i loro testi parlano di rivolte ed indipendenza o solamente dei loro luoghi d'origine. Lo stato di trance che si impossessa del pubblico è palpabile con l'avanzare del concerto. Rapiti dagli scenografici vestiti della loro terra, dalle danze contagiose del simpatico Alhassane Ag Touhami e da una sbalorditiva tecnica strumentale che travolge durante i ritmi più sostenuti e ammaglia durante gli atmosferici momenti più lenti. Il tutto nella essenzialità di un vero blues, primordiale ed incontaminato, che nasce dalla pancia e allarga il cuore.
Amidinin, Arawan, Assuf Af Assuf, Chatma, Tamadrit n Sahara, Imazaran Nadagh, A Dunya sono solo titoli di difficile pronuncia per noi occidentali ( Tamasheq, è la loro lingua), un pò meno per la numerosa schiera di fans africani presenti alla serata. Festanti e rumorosi, gli unici a riuscire a comunicare con gli artisti e strappare sorrisi che escono da sotto i loro Tagelmust. Una serata di grande contaminazione musicale ma soprattutto culturale.

Comunicativi come non mi aspettavo.Groove ed impatto che non conoscono cedimenti, in grado di aprire sconfinati spazi, dove danza e impegno creano intensità ipnotica e poco contenibile. Suoni al limite della perfezione e voci che quando si uniscono provocano brividi micidiali.
Una iniezione di pura vitalità. Se vi dico che è stato uno dei concerti più veri, spirituali e completi a cui ho assistito negli ultimi anni, qualcuno mi crede?
anche su Impattosonoro.it




SETLIST:Amidinin/A Dunya/Issekad/El Ghalem/Toumast/Djere Djere/Kunten Telay/Kel Tinawen/Imazaran/Tamatent Tilay/Assoul/Assouf Ag Assouf/Tiwiyen/Chatma/Tamadrit/Arawan/Assastan Nakam/Mafel Nedress/Achry TBone


vedi anche: TINARIWEN-Tassili(2011)





vedi anche: ENZO AVITABILE-Black Tarantella (2012)

lunedì 16 aprile 2012

RECENSIONE: ENZO AVITABILE ( Black Tarantella )

ENZO AVITABILE Black Tarantella ( CNI Music, 2012)

Il giusto coronamento ad una carriera impeccabile sotto il profilo della ricerca musicale arriva con Black Tarantella, un disco dove undici grandi musicisti di livello mondiale dialogano con il cantautore/polistrumentista napoletano Enzo Avitabile, dando voce alla forte comunicatività che l'artista ha sempre portato avanti durante la sua carriera, guadagnandosi quel rispetto internazionale che qui in Italia è ancora di nicchia (che gran peccato). Il nome di David Crosby potrebbe bastare per tutti. Il duetto con il musicista americano, simbolo della west coast californiana '70, uno che ha cantato Oh Yes I Can prima di tutti-anche prima che si trasformasse nel plurale Yes We Can-e che, forse, di apparizioni salvifiche in momenti difficili della vita se ne intende; in E ‘a maronn’ accumparett’ in Africa ci racconta della singolare speranza di assistere all'apparizione della Madonna a Soweto. Rapace e significativa. Ma non è il solo momento magico di questo album.
Un disco il cui termine universale è appagante e arricchente, e dove il genere black tarantella si scosta dal significato puramente musicale, per inglobare situazioni più terrene, con la quotidianità protagonista: dando voce, attraverso le tante lingue presenti, ai popoli di tutto il mondo accomunati dalle difficoltà di tirare a campare (nel bello e sostanzioso libretto, i testi in italiano, napoletano-of course- ed inglese).
Enzo Avitabile ama la musica allo stesso modo con cui ama la parte più debole ed indifesa del mondo, riuscendo ad unire le due cose in maniera perfetta come pochi riescono a fare. I ritmi funk, il folklore, il blues, le radici "dei sud" di tutto il mondo si incrociano con le storie di immigrazione, d'immedesimazione tra uomo e natura, di fede religiosa, di lenti ed antichi misteri africani come dei veloci e frenetici battiti metropolitani e occidentali. La tradizione che incontra il moderno, dove il dialetto modenese di Francesco Guccini nel folk di Gerardo nuvola 'e Povere (tra immigrazione e morti bianche) convive con il diluvio hip hop di parole partenopee dei Co'Sang in Mai Cchiù, con gli amici Bottari di Portico a percuotere i loro inusuali strumenti della tradizione; il folk di Suon' 'a Pastell (canto contro tutti i sopprusi ai danni dei bambini) con l'anima irlandese di Bob Geldof, che lascia il cammino alla voce penetrante di Raiz nella taranta "dub" di Aizamm' na mana. Nulla sembra forzato, ma appare tutto naturale come sempre dovrebbe essere.
Avitabile e Pino Daniele (entrambi classe 1957, con pochi giorni di differenza) si ri-incontrano dopo tanti anni e ne esce fuori la bella E' ancora Tiempo che apre il disco splendidamente, rinnovando il sodalizio tra i due e ricordandoci il gran musicista e chitarrista che si cela dietro a Pino Daniele. Mentre l'incontro con Franco Battiato, un altro che con la contaminazione ci è sempre andato a nozze, genera No é No, canto anti-mafia/omertà con il dialetto siciliano che si confonde con il napoletano, e genera un solo grido liberatorio.
Tutto il disco è una girandola di suoni, strumenti, emozioni, colori e voci: la travolgente Nun è giusto con l'algerino Idir; il bellissimo testo, amaro e poetico di Elì Elì con Enrique e Soleà Morente; la vecchia Mane e Mane, riletta in compagnia di Daby Tourè; i testi sentiti ed espliciti di A nnomme 'e Dio e Nun Vulimm' 'a luna.
Fino ad arrivare al treno di Soul Express(vecchio successo di Avitabile, datato 1986) diretto ad alta velocità verso quel futuro dei migliori mondi possibili, in compagnia di un violino del "maestro"Mauro Pagani e Toumani Diabatè.
Black Tarantella
è un disco vivo, pulsante, ispirato e blues come ne escono pochi in Italia. Enzo Avitabile riesce a raccogliere i linguaggi musicali del mondo indirizzandoli verso la sua unicità di musicista, rendendoli universali.



vedi anche:RECENSIONE/REPORT live- TINARIWEN live@Hiroshima Mon Amour, Torino 14 Aprile 2012


domenica 15 aprile 2012

RECORD STORE DAY 2012, INTERVISTA A PAOLO CAMPANA,regista di "VINYLMANIA"


Le dita che corrono veloci in preda ad un raptus impulsivo, scartabellano centinaia di vinili nel volgere di pochi secondi. Lo sguardo attento e concentrato nel cogliere i particolari, i colori e i monicker delle copertine e nello stesso tempo vigile a controllare altri avventori e le loro scelte ( No, quello no, lo dovevo prendere io...). Il naso solleticato da quel particolare aroma di cartone mischiato ad inchiostro e plastica che sale ogni qualvolta rilasciamo un disco per afferrarne un altro. Tutti i nostri sensi sono impegnati e racchiusi in una semplice azione ripetutta chissà quante volte e in quanti luoghi sparsi per il mondo.
Questa semplice azione che sembra sepolta nei ricordi dei più nostalgici, rivive ancora nelle vite degli appasionati meno arrendevoli, di chi continua a frequentare "fiere del vinile" e i sopravvissuti negozi di dischi.
Da alcuni anni (cinque per la precisione),come si fa per le cose più belle, importanti, preziose ed in via di estinzione, il 21 Aprile 2012 si celebra, in tutto il mondo, il Record Store Day. Giornata dedicata a tutti i negozi che ancora sfidano il mercato musicale anteponendo la passione prima di tutto.
Negozianti, artisti e fans uniti per un giorno in difesa della buona musica. Negozi aperti, edizioni limitate e create appositamente per la manifestazione ed eventi live animeranno la giornata in ogni angolo del mondo.
Quest'anno anche l'Italia avrà il suo momento di gloria. Il film/documentario del regista torinese Paolo Campana: "VINYLMANIA-Quando la vita scorre a 33 giri al minuto", è stato scelto come pellicola ufficiale della manifestazione.
Ne parliamo direttamente con lui.

INTERVISTA a PAOLO CAMPANA

Come ha preso forma l'idea di girare il film e come è arrivato a rappresentare il Record Store Day 2012?
L’idea di Vinylmania è nata più di dieci anni fa, diciamo in tempi non sospetti ed è stato un work in progress. Allora si parlava del vinile come di un fenomeno di nicchia, si pensava che di lì a poco sarebbe sparito... e quindi nessuno credeva nel progetto. Per anni ho girato con la mia telecamera tra negozi di dischi, mercatini e DJ set per documentare la realtà che mi circondava. All’epoca facevo il DJ quasi a tempo pieno e nel documentare la realtà che frequentavo volevo capire di più su una passione che stava per me diventando mania vera e propria. La mia domanda iniziale è stata “ma cos’è che ci tiene così ancorati a questo formato?”.
L’aumento imprevisto delle vendite e l’attualità del fenomeno ha dato poi ragione a quest’idea e finalmente nel 2008 alcune televisioni, tra cui ZDF/ARTE, che producono documentari creativi, si sono finalmente interessate al progetto. Così insieme con la torinese Stefilm che da tempo sosteneva questa ricerca è partita la produzione vera e propria. Con Edoardo Fracchia, il produttore, abbiamo cominciato a lavorare alla preparazione del film, iniziata nell’estate del 2009 e terminata tra riprese in giro per il mondo, montaggio e post-produzione nel 2011. Esisteva già da tempo uno script che poi ha avuto diverse stesure mantenendo un’idea di base che consisteva in una mia indagine personale intorno al mondo del vinile, una sorta di viaggio nel “groove”, dentro il microsolco, una sorta di “road movie”. La parte di vissuto autobiografico ha preso forma più compiuta durante il montaggio e fa da traino ad una storia costellata d’incontri con artisti, musicisti, DJ, ingegneri del suono, collezionisti o semplici appassionati. Partendo dall’idea di sondare soprattutto la febbre del collezionismo, il progetto ha virato verso un’altra forma, ovvero l’intenzione d’indagare tutte le possibili declinazioni di questa passione, da chi ha lavorato con i dischi facendo copertine, studiandone il suono, a chi è musicista o ne è stato folgorato come semplice amante della musica o ha passato una vita ad archiviare dischi.
Per quanto riguarda il RSD sono molto fiero che Vinylmania sia stato selezionato come film ufficiale del 2012. Ho sempre desiderato fare qualcosa in questa direzione. Il rapporto con RSD esiste da oltre un anno e dopo un lungo scambio di mail abbiamo finalmente attirato il loro interesse, abbiamo mandato il film appena finito quest’estate... e semplicemente è piaciuto! Il fatto poi che quest’anno l’ambasciatore sia Iggy Pop mi entusiasma ancora di più.
Per girare Vinylmania hai impiegato dieci anni. Un periodo lungo per la velocità con cui è cambiata la fruizione musicale in questi ultimi anni. Girando il film ti sei accorto di questi cambiamenti intorno a te? Ci sono state difficoltà? Aiuti insperati?
E’ stato un periodo di gestazione relativamente lungo in cui molte cose sono successe tra cui la rivoluzione su internet con il downloading selvaggio di musica: MP3, l’avvento di Itunes, ecc...
E’ paradossale che proprio in un momento di grande libertà come questo sia ricominciata una massiccia vendita di dischi riportando sul mercato le stesse major che in parte sembravano aver abbandonato questo formato. L’elemento inaspettato di questo fenomeno di ripresa sono i più giovani. Nuove generazioni di teenagers, nati in epoca digitale, hanno cominciato ad interessarsi al vinile.
Forse saranno loro i collezionisti del futuro? La verità è che il vinile non è mai andato via... è semplicemente ritornato di grande attualità e l’industria della musica se n’è accorta e l’ha rilanciato, forse per far fronte a quella che nel film viene definita da Eddie Piller, storico DJ e produttore dell’etichetta Acid Jazz, “la truffa del digitale”.
La gente cerca qualcos’altro dentro la musica, ha bisogno di qualcosa da toccare, di un oggetto concreto, di un suono più naturale ed il vinile incarna quest’idea. Questa sorta di nuovo “rinascimento” dei dischi, come dicevo, ha aiutato tantissimo il progetto prima dal punto di vista produttivo ed ora distributivo.
Fare un documentario, soprattutto in Italia, è un percorso ad ostacoli. Questo significa principalmente avere difficoltà dal punto di vista economico. Ci sono state però anche tante sorprese che hanno reso questa sorta di missione molto eccitante. A parte il sostegno del RSD durante l’arco delle riprese, il film ha avuto la partecipazione e il supporto di artisti che stimo molto tra cui Philippe Cohen Solal dei Gotan Projectt, Winston Smith, artista conosciuto soprattutto per le copertine dei Dead Kennedys o Sanju Chiba, costruttore del Laser Turntable. Persone che hanno creduto e credono tutt’ora fortemente nel film tanto da sostenerne la promozione stessa. Winston Smith ad esempio ha creato per noi la copertina del DVD e il poster del film con il suo stile graffiante.
Un’altro grande aiuto è arrivato dalla rete, dai nostri fan di facebook in gran parte, quando abbiamo organizzato la campagna di raccolta fondi per poter produrre il DVD di Vinylmania edizione speciale. Quasi 400 sostenitori ci hanno aiutato su Kickstarter a raccogliere la somma di 37.000 dollari. E’ stata un’esperienza bellissima, 45 giorni d’intensa campagna in rete a stretto contatto con appassionati di musica, collezionisti o semplici amanti dei documentari...
Andando in giro per il mondo hai potuto testare la sopravvivenza dei piccoli negozi musicali. C'è ancora qualche isola felice in giro per il mondo?Isole felici ne ho trovate un po’ ovunque nel mio viaggio: a parte i grandi shop resistenti come Spacehall a Berlino, Rough Trade a Londra o Amoeba a San Francisco, ci sono i piccoli negozi, sempre a San Francisco, con sotterranei interminabili
e corridoi di Lp che si perdono nell’oscurità, interi isolati pieni di sorprendenti negozi a Shibuya a Tokyo, gli “Antiquariat” di Praga, botteghe in cui tra vecchie cianfrusaglie e reliquie “ortodosse” spuntano titoli imprevedibili, la fiera di Novegro a Milano, una delle più grandi in Europa o semplicemente i “vide grenier”, mercatini delle pulci dei paesini che ho visitato nel sud della Francia dove si possono scovare rarità di ogni tipo... Un’altra isola felice è l’ARC, l’Archive of Contemporary Music di New York dove sono custoditi più di 2.000.000 di dischi e dove si può consultare l’introvabile. Il direttore, dell’ARC, Bob George, circa due volte l’anno organizza una piccola fiera al suo interno dove vende i doppioni...
Tu sei di Torino. Recentemente ho letto il divertente libro "L'ultimo disco dei Mohicani"(raccolta di folli aneddoti intorno ad un negozio di dischi) di un altro torinese: Maurizio Blatto. Nella tua città i piccoli negozi di dischi come sopravvivono e reagiscono ai grandi media-stores ed a internet?Reagiscono come penso tutti i piccoli negozi di musica sparsi per il pianeta... creando un rapporto stretto con il cliente, specializzandosi in generi e sottogeneri particolari e ricercati, fungendo da punto d’incontro per gli amanti della musica, distribuendo flyers e riviste... recensendo direttamente i dischi in vendita, insomma fungendo da veri e propri aggregatori utilizzando la creatività. Questi negozi sono luoghi unici rispetto ai grandi media-store che di vinile hanno solo qualche ristampa. Fondamentalmente anche a Torino per me vale quello che diceva Nick Hornby nel suo libro Alta Fedeltà: “I negozi dischi non possono salvarti la vita, ma possono dartene una migliore”, si perché in questi non solo si comprano e si ascoltano dischi ma si ferma un po’ il tempo e ci si trova una dimensione differente fatta anche di incontri bizzarri.
Il libro di Maurizio, che conosco da anni, e il cui negozio frequento di tanto in tanto, non fa altro che raccontare una splendida variegata galleria umana. Insomma se cerchi qualcosa di non anonimo ed inconsueto basta entrare in un qualunque negozio di dischi... qui più che fuori qualcosa d’interessante di sicuro succede.
Intervistando gli artisti, qual'è la corrente di pensiero più frequente riguardo i files digitali? Molti li odiano, altri li trovano indispensabili. C'è qualche musicista che ti ha colpito più di altri?In realtà non vedo i file digitali come il diavolo, possono essere utili per scoprire nuova musica prima di cercarla in vinile, per scambiare al volo esperienze. Il digitale personalmente è semplicemente un modo per ricognizzare la musica, le nuove uscite, i dischi introvabili... diciamo che potrebbe essere un’anticamera del vinile. Scopri un brano? Un artista? Bene, vuoi approfondire? Con il vinile crei un rapporto più profondo e ravvicinato con la musica registrata e l’opera contenuta, un rapporto più impegnativo ma anche più gratificante dal punto di vista dell’esperienza. E le esperienze di ognuno che s’intersecano sono le più diverse. Da un lato ci sono puristi come Eddie Piller, Key Kobayashi o i The Karminsky Experience, DJ e accaniti collezionisti presenti nel film, che suonano vinile al 100%, poi c’è DJ Kentaro, che utilizza sia vinili veri che quelli virtuali di Serato per scratchare. All’altro estremo, Richie Hawtin (presente con un intervista nei bonus del DVD), votato completamente agli usi più avanguardistici del digitale che però non ha rinnegato le proprie origini. Secondo Hawtin il vinile è fondamentale perché ci fa immergere meglio nella musica presente permettendoci di comprenderne le radici.
Il tuo film verrà visto e proiettato in tutto il mondo. Quest'anno ambasciatore del Record Store Day sarà Iggy Pop. Cosa speri possa dire
immediatamente dopo la visione del tuo film?
Spero innanzi tutto che lo veda... e che possa apprezzarne soprattutto l’ironia. Iggy è parte di quell’universo musicale in cui sono cresciuto negli anni’80... fondamentale
Il lento ritorno in auge dei vinili spesso lo associo, metaforicamente, ad un richiamo e voglia di lentezza in un mondo assurdamente frenetico. La sacra liturgia dietro all'ascolto dei vinili richiede molto tempo. Qual'è stato, secondo te, il nemico numero uno del vinile? La nostra generazione ha conosciuto tutti i supporti musicali:il vinile appunto, la musicasetta (addirittura la vetusta "super 8"), il compact disc, l'mp3. Dove risiede la magia del vinile?
Indubbiamente il nemico numero uno del vinile, dopo la cassetta, è stato il cd. Le major hanno spacciato il digitale all’epoca come qualcosa di irrinunciabile... ma era semplicemente un altro modo per cercare di resuscitare i profitti di un industria, quella musicale, già da anni agonizzante. La qualità del CD è buona si, ma si tratta di un suono non conformato sul nostro orecchio che è e rimane analogico così come il suono registrato nei microsolchi di un vinile. Per le Major produrre e vendere CD dava più ricavi rispetto ai dischi. Ora però la batosta gli è tornata indietro... prima con il downloading gratuito ed ora con il crollo del mercato dei CD. Non bisogna dimenticare che un disco in vinile non è “fotocopiabile” ed ha più senso la convivenza vinile-MP3 che quella vinile-CD.

La cassetta Stereo8 non è mai stata un pericolo, anzi era limitante tanto da essere poi soppiantata dalla classica Cassetta Basf, anch’essa però molto limitata per la qualità. Si tratta di formati storici, su cui ora si sono raccolte comunità di afficionados e dietro cui c’è un fenomeno di nostalgia vero e proprio, vedi i leggendari mixtape, e a cui stanno dedicando diversi documentari. Ma, nulla a che vedere con il vinile, i dischi hanno qualcosa che va oltre la nostalgia, il suono e la copertina.
La magia del vinile sta in qualcosa di più evocativo. Vedo i dischi come piccole macchine del tempo in grado di farci viaggiare non solo nella nostra memoria personale ma nella memoria musicale collettiva. Sono sicuro che sia questa qualità impalpabile ad attrarre inconsciamente gran parte dei più giovani. Essi stessi hanno bisogno di sentirsi parte di qualcosa di tangibile, qualcosa che li riconnetta con una certa forma di pensiero che sta sparendo. Quella spirale scura del groove che gira sul piatto ha il potere di portarti lontano verso altri mondi e universi paralleli altrimenti insondabili.
Hai una situazione ideale per ascoltare musica? Quella in cui la musica occupa totalmente i tuoi pensieri e ti stacca completamente dal mondo?Fondamentalmente l’ascolto di un disco richiede dedizione e tempo ma è anche un passatempo piacevole. Lo si può fare mentre si cucina, e magari si sorseggia un bicchiere di buon vino... Adoro questa pratica... come anche quella di passare una bella serata in compagnia con il sottofondo frusciante di un disco... dimenticarmi di girare la facciata perché succede qualcosa di imprevisto... Per citare ancora Nick Hornby: “L'amore è una metafora della musica stessa”.
Vinile vuol dire anche arte visiva.
-Ti ricordi la prima copertina che hai visto?
Ricordo quella che mi rimase più impressa... the Robots dei Kraftwerk, avevo 12 anni, li avevo visti in tv e mi avevano colpito molto: loro quattro, camicia rossa, cravatta nera... manichini futuristi di se stessi...
-La più bella copertina che possiedi nella tua collezione?Adoro le copertine coloratissime degli anni ’50 di lounge exotica americana, soprattutto quelle di Martin Denny, Les Baxter o Yma Sumac ma sono anche molto legato a certe copertine degli anni ’80 come quelle create da Peter Saville o Winston Smith, ospiti del film.
-La più brutta?Non c’è limite al peggio... non ho mai capito la cover del primo album degli A Certain Ratio... non è esteticamente confortante e i colori mi fanno un effetto strano, ma non è la più brutta che al momento ricordi... Forse le ultime dei Simple Minds? O certa roba Italo disco degli ’80... musica che per altro adoro!
Come sarà distribuito il DVD e cosa potremo trovarci? Hai mai pensato a cosa potrebbe pensare un ragazzino, adolescente di oggi, davanti alle immagini della tua pellicola?Il film ha riscosso un grande successo al International Film Festival di Goteborg ed ora sta circolando in diversi festival e rassegne. Tra i principali appuntamenti nelle sale ad aprile Vinylmania sarà presentato al Chicago International Music Festival, avremo una prima a Torino al Cinema Massimo il 18 aprile, il 20 a Parigi, il 22 saremo ospiti dell’Istituto Italiano di Cultura a Stoccolma. A maggio al Planete Doc Review a Varsavia, alla fiera di Vinilmania di Novegro a Milano e al Ox di Oxford ed tante richieste stanno arrivando da tutto il mondo per i prossimi mesi. Gran parte di ciò grazie al nostro distributore internazionale Deckert Distribution.
Il DVD avrà una prima diffusione direttamente dal produttore che invierà le primissime copie direttamente a casa di coloro che ci hanno sostenuto su Kickstarter, per poi essere ufficialmente distribuito a partire dal 21 aprile, data del Record Store Day. Quest’operazione in Francia partirà da Parigi, allo scoccare della mezzanotte tra 20 e il 21, dopo che avremo presentato il film in una serata organizzata dal Record Store Day e dal nostro distributore d’oltralpe.

Vinylmania special edition sarà distribuito inoltre in Inghilterra, Spagna, Olanda, Belgio, Germania... e speriamo di chiudere con altri distributori tra cui gli USA, il Giappone e il Brasile. In Italia il film è distribuito da Cinecittà Luce in versione digipack bianca con un mini poster all’interno e alcuni dei bonus dell’edizione speciale. L’artwork in copertina curata da Winston Smith è in pratica lo stesso anche per la Special Edition che consta di un doppio dvd con libretto interno, quasi 100 minuti di bonus tra clip di backstage ed interviste con altri personaggi non presenti nel film. Tra loro figurano Richie Hawtin, Klaus Fluoride (Dead kennedys, bassista), V.Vale (publisher Re/Search) ed una divertente escursione a LuxuriaMusic, web Radio di Los Angeles, unica per la sua programmazione a base di vinile. C’è anche una piccola “ghost track” ma sta a voi scoprirla se vi procurate questa versione.
Spero di aver fatto un film trasgenerazionale e il fatto che gli organizzatori del RSD vogliano mostrarlo in molti college americani forse non è un caso. Spero che, chi lo vede , ne esca con la voglia di riscoprire o scoprire che cos’è un disco. Ricordo che durante la scrittura del film più volte con il produttore Edoardo Fracchia, si parlava del desiderio di far venire al pubblico la voglia di entrare in un negozio di dischi! Questa era l’emozione finale a cui volevamo volevamo arrivare... Far venire l’acquolina in bocca. Se questo film ha un cuore la gente saprà sentirlo pulsare!
Che vinile comprerai il 21 Aprile 2012 (giornata del Record Store Day)?Spero di poter visitare qualche negozio di dischi a Parigi, dove presenteremo il film la sera del 20 aprile. Penso a “Raw Power” di Iggy and the Stooges, vista l’attinenza. Mi piacerebbe trovare però l’edizione originale ad un prezzo accessibile, chissà...

A questo punto, non vi rimane altro che correre nel negozio di dischi più vicino a casa vostra (ci sono, ci sono ancora: ci vuole solo un po' di voglia e passione nel trovarli), richiedere il DVD del film di Paolo Campana e comprare l'edizione limitata in vinile che il vostro artista preferito vi ha preparato. Il consiglio non ha date di scadenza, naturalmente.
Un caloroso grazie a Paolo per la sua disponibilità.

martedì 10 aprile 2012

RECENSIONE: MICHAEL KIWANUKA ( Home Again)

MICHAEL KIWANUKA Home Again (Polydor, 2012)

(S)Fortuna vuole che il primo ascolto di questo album avvenga nel primo giorno di sole dopo una settimana di pioggia intensa e quasi purificatrice prima della santissima Pasqua. Le canzoni del giovanissimo Michael Kiwanuka si sarebbero trovate a proprio agio dentro ad abitacoli con tergicristalli in azione, ombrelli aperti in lontanza e mansarde pronte ad accogliere l'imbrunire con la pioggia incessante a bussare per tutta la notte. Michael Kiwanuka è l'ossimoro perfetto di questi anni duemila. Un "vecchio" ventiquatrenne che grazie ai potenti mezzi mass-mediatici (no, qui i talent show non centrano nulla) diventa fenomeno di massa, almeno in Gran Bretagna, dove la BBC lo ha già insignito del prestigioso BBC Sound, che negli ultimi anni non ha sbagliato un colpo. "Volevo avere il lussureggiante suono e la strumentazione che si sentono nei vecchi dischi: suoni caldi e tranquilli . Tanto da far calare l'ascoltatore in questo piccolo mondo, che è ricco di vibrazioni, suoni e colori." Kiwanuka ci riesce perfettamente. Quando parte Tell Me A Tale, con con quei fiati jazzati, difficile immaginare che sul cd (la deluxe edition contiene 2 cd, sul secondo , altre cinque canzoni "Ethan Johns Session") ci sia impressa la data 2012, tanto i suoni, la voce riportano ai tempi "verdi" di Otis Redding, Bill Withers, Marvin Gaye, ma anche il Van Morrison di Astral Weeks e perchè no, il sempre dimenticato John Martin. Kiwanuka, lo si capisce vedendelo e ascoltandolo, è un personaggio vero e genuino. Come vera sembra essere la parabola che lo ha portato alla musica: genitori nativi dell'Uganda, lui nato e cresciuto nel quartiere di Muswell Hill a Londra, dove mamma e papà si sono trasferiti per sfuggire al violento e sanguinario regime imposto da Amin Dada. Lì dove gli si è aperto un mondo, dopo il folgorante ascolto di Bob Dylan, Jimy Hendrix e poi Otis Redding. Scoperte in musica che nella sua adolescenza è stata totalmente assente per un lungo periodo. Poi lo studio della chitarra, i primi concerti accompagnando altri artisti fino a trovare se stesso e le sue confessioni di spirito, mature e sincere: 3 folgoranti EP e Home again, appunto. Home Again, è anche il singolo che ha conquistato mezzo mondo, un folk-soul, vicino anche a Ben Harper, che sa arrivare al primo ascolto e restarci. Registrato negli studi "vintage", ma assolutamente all'avanguardia di Paul Butler ( cantante e polistrumentista dei britannici The Bees), nell'isola di Wight, il disco è un caleidoscopio dove la voce sofferta e soul è protagonista assoluta di testi molto profondi e personali, soppererendo alla poca originalità d'insieme, nelle più essenziali e notturne I'm Getting Ready, nel lento incedere di Rest con la voce che scava in profondità e nel finale blues di Worry Walks Beside Me. La voce è più nascosta dentro alle fughe orchestali e quasi psichedeliche di I'll Get Along, alla swingante e spazzolata Bones, che comunue rimangono canzoni suonate in punta di piedi e mai eccessive e strabordanti a parte I Won't Lie con i suoi cori gospel e tutto il resto. Un equlibrio, a volte, fin troppo perfetto. Il secondo disco (presente nella Limited Edition) contiene cinque brani registrati da e con il produttore Ethan Johns: They say I'm Doing Just Fine, Now I'm Seeing, Ode to you e versioni alternative di I'll Get Along e I Won't Lie. Canzoni rielaborate in modo più essenziale e diretto, prive di troppi orpelli. Forse qui, il Kiwanuka perfetto? Quello live che si potrà ammirare nell'unica data italiana il 20 Aprile ai Magazzini Generali di Milano.(REPORT/LIVE). La retromania ha colpito nuovamente. Ma non vi è futuro senza un solido passato. Home Again è un debutto importante e sincero, ma che naturalmente cela qualche difetto, legato a quella "perfezione" di produzione, ad una pulizia forse eccessiva che rischia di imbrigliare il talento e mettere in secondo piano la voce del giovane Michael Kiwanuka. Una voce che ha bisogno di farsi sentire forte, rivendicando il raggiungimento della propria indipendenza e maturità. Un trampolino di lancio ed un hype da sfruttare al massimo, senza perdersi dentro ai devastanti meccanismi dello show-business. Dan Auerbach dei Black Keys-che sembra saperla lunga, non sbagliando un colpo ultimamente-, non ha perso tempo, tanto che i due hanno già registrato qualcosa insieme, Lasan, b-side che potrete trovare nel primo singolo estratto dall'album: I'm Gettin' Ready. Ora che ha ritrovato la sua "casa", uscire e correre incontro a qualche rischio potrebbe essere interessante. Guardate gli occhi di Kiwanuka e otterrete tutte le risposte sul suo futuro.
vedi anche RECENSIONE REPORT/live: MICHAEL KIWANUKA live@Magazzini Generali, Milano 21 Aprile 2012

venerdì 6 aprile 2012

RECENSIONE: VERONICA SBERGIA & MAX DE BERNARDI ( Old Stories For Modern Times )

VERONICA SBERGIA & MAX DE BERNARDI Old Stories For Modern Times ( Totally Unnecessary Records, 2012)

Le vecchie e belle storie non passano mai di moda, anche se riproposte a quasi un secolo di distanza. Queste storie diventano incredibilmente meravigliose se arrivano da molto lontano anche geograficamente, e se a raccontarcele sono due musicisti lombardi.
Questo disco possiede quel fascino che solo quei dischi impolverati e malandati custodiscono sotto ai fastidiosi fruscii e alla puntina che salta proprio lì, dove sai già che salterà. Rumori che conosci a memoria, mappa di righe su PVC, a cui ogni tanto se ne aggiunge qualcuna di nuova, ma che con i ripetuti ascolti diventano fedeli compagni e sinonimo di calore nostalgico. Ecco, questo è un disco da ascoltare in vinile, consumandolo, anche se l'intento nobile del duo è esattamente l'opposto: diffondere vecchie storie di musica popolare-rurale al mondo moderno, pazienza se verranno usati anche gli invisibili files per essere propagate (sconsigliato ,ovviamente).
Veronica Sbergia e Max De Bernardi avevano già fatto il botto con i loro Red Wine Serenaders (con all'attivo già tre lavori: Aint’ nothing in ramblin -2007 ,Veronica & the Red Wine Serenaders-2009 e D.O.C. -2011), questa volta però si superano mettendosi in coppia, compiendo un lavoro di ricerca certosino, divertente ed appagante: recuperare 15 vecchie storie americane, risalenti al periodo 1910-1939, antecedente alla seconda guerra mondiale (solamente Some Of These Days di Sophie Tucker è datata 1910), soffiarci via la polvere da sopra e riproporle con l'aiuto di strumenti originali ed antichi, registrazione rigorosamente analogica e mono (produzione ad opera del duo , insieme ad Alessandro Zoccarato) ed una schiera di "importanti amici " in aiuto.
Ne è uscito un disco divertente e frizzante. Veronica Sbergia con la sua voce emana sex appeal in canzoni come il blues Press my Button(ring my bell) di Lil Johnson, anno 1936, con i suoi doppi sensi civettuoli (...Where to put that thing...), e in Sweet Papa (mama's getting Mad) .
Non da meno quando a cantare è Max De Bernardi (gran chitarrista, alle prese anche con mandolino e ukulele) in Cigarettes Blues, con la chitarra slide resofonica dell'ospite "professor" Bob Brozman che trama nel blues (datato 1936) di Bo Carter sopra ai versi equivoci che strappano ancora un sorriso malizioso dopo quasi un secolo,"...my cigarette ain't too big...", oppure nel descrivere così bene le ragazze "facilotte" che popolano Beedle Um Bum, canzone dei The Hokum Boys del 1928, che rappresenta così bene un genere di canzoni (Hokum appunto) tanto in voga nel pre-war blues di quegli anni.
Bello anche il contrasto tra le due voci in Keep your Hands Off Her (di Big Bill Broonzy-1935), quella maschia, decisa e consumata di Max e il controcanto sensuale e leggero di Veronica e nel duetto di Gonna lay down my Oold guitar.
The Last Kind words di Geeshie Wiley, con il suo giro di chitarra ipnotico e la voce di Veronica ci catapultano in piena era Delta-blues, anno 1930. Una preghiera sulla crudeltà della guerra che riesce ancora ad emozionare e ad essere incredibilmente evocativa. La mia preferita.

Tutto è prezioso in questo disco, dalla strumentazione usata: la mitica armonica del sessantaduenne Sugar Blue, ospite in Viper Mad e nella conclusiva countryeggiante Charming Betsy, ai vari washboard, mandolini, kazoo, ukulele, contrabbasso; ai generi musicali toccati, "genitori" della musica odierna: ragtime, country, blues, folk, bluegrass, early jazz; alle storie che emanano i sapori, a volte amari, a volte gioiosi, di pezzi di vita vissuti dalle fasce più deboli e povere che cantavano queste canzoni in mezzo a campi di cotone, sulle paludose rive del Mississippi, che descrivono situazioni piccanti dentro a bordelli malfamati, che raccontano dei duri anni della grande depressione americana, che venivano portate in giro nei Medicine Shows o anche quando descrivono , solamente, l'amore più vero.
Un pò tutto come oggi: si balla, ci si dispera, si piange, si amoreggia e si mette sul piatto Old Stories for Modern Times, aspettando il salto della puntina.



vedi anche: WILLIAM ELLIOTH WHITMORE-Field Songs

giovedì 5 aprile 2012

RECENSIONE: MEAT LOAF (Hell in a Handbasket)

MEAT LOAF Hell In A Handbasket (Sony Music, 2012)

Se la carriera di Meat Loaf fosse terminata dopo l'uscita di Bat Out Of Hell , nessuno avrebbe recriminato nulla. In fondo, sia lui che noi siamo rimasti schiavi a vita di quel disco. I tentativi(alcuni ben riusciti, altri decisamente no) di riportare quel dannato pipistrello fuori dai cancelli dell'inferno non si contano più.
Carriera vissuta all'ombra del capolavoro (e dell'alter ego Jim Steinman) con due sequel fortemente voluti: il primo all'altezza , il secondo evitabile, qualche hit centrata (I'd do Anything for Love ) e un maldestro tentativo di tornare alla rock opera con l'ultimo Hang Cool Teddy Bear(2010) . Nulla che potesse avvicinarsi a quel disco e questo, ve lo anticipo subito, si accoda agli altri.
Mai così prolifico come in questi anni (già si parla di un prossimo disco natalizio), dopo un annunciato ritiro (subito smentito) e altri problemi di salute, il nuovo inferno di Meat Loaf è popolato da tanti teschi. Quelli della sua mente di fronte al mondo. Si è liberato di tutti i pesanti pesi che lo affondavano nella spasmodica creazione di un altro musical ingombrante e si è gettato sulla composizione di canzoni personali ("la registrazione più personale che io abbia mai fatto. E’ il primo disco scritto su cosa penso della vita che vivo e delle cose che stanno accadendo in questi giorni”) , dirette, fortemente influenzate dal soul e dal southern rock, donando al disco una propria impronta (pur con l'ausilio di tanti autori), e con qualche caduta di tono, evitabile.
Se All Of Me è una degna apertura che anticipa il pulsante e corale southern soul di The Giving Tree, con Live Or Die, Meat Loaf picchia giù duro con un hard southern rock moderno con il violino di Caitlin Evanson che si ritaglia i propri spazi, ripetendosi con l'urgenza inconsueta e destabilizzante del pesante rock'n'roll punk di Party Of One, che nella sua impetuosità nasconde un testo amaro di vita vissuta.
La band che suona nel disco (in Australia, uscito ad Ottobre 2011) e che lo accompagna in tour , si chiama The Neverland Express è guidata dal chitarrista e produttore Paul Crook e si fa ben apprezzare per compattezza, promettendo spettacolo sui palchi live.
Inevitabile l'amarcord quando compare la brava Patti Russo. I due duettano insieme in una bella versione di California Dreamin' dei Mamas and Papas, impreziosita dall'assolo di sax di David Luther e in Our love & Our Souls. Quasi a ricordare i duetti con Ellen Foley del primissimo disco o la fortunata Dead Ringer For Love insieme a Cher. Questo è il Meat Loaf perfetto, quasi sublime nell'interpretazione della ballad pianistica Forty Days, dove la drammaticità della sua voce esce prepotente nel crescendo della canzone e nelle finali Blue Sky e la radiofonica/pop Fall From Grace.
Quando Meat Loaf vuole strafare sembra combinare dei piccoli disastri, pur nel lodevole intento. Blue Sky/Mad Mad World/The Good God is a Woman and She Don't Like Ugly è una piccola suite in tre atti con una parte centrale hard e possente e il finale affidato al rap, fuori tempo massimo, di Chuck D (Public Enemy), stessa sorte per Stand in the Storm, un southern rock alla Lynyrd Skynyrd che i tre ospiti presenti, mettendoci del loro, finiscono per rovinare: il cantante country Trace Adkins, il rapper Lil Joh e Mark McGrath, cantante dei Sugar Ray. Un frullato con troppi ingredienti.
In fondo, il buon Meat Loaf potrà continuare a far dischi da qui all'eternità (inferno?), ma quando ripenso a lui, rivedo sempre il paffuto ragazzone sudato con il fazzoletto in bocca del 1977 e il mio primo compcat disc acquistato nel passare dai vinili al laser: erano i primi anni novanta ma il cd era sempre quel Bat Out of Hell del 1977.